2010-09-25

Contro l'istruzione obbligatoria.

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L'istruzione obbligatoria è un crimine.

A scuola si entra la prima volta piangendo e scalpitando, tentando di divincolarsi dalla stretta di un genitore fiero ed emozionato, quasi sempre sollevato. Ci si entra con lo sguardo ancora limpido di chi non è affatto stanco di giocare, e che ha preso ormai da tempo confidenza con gli oggetti del mondo e ha iniziato a plasmarli a modo suo, in un mutuo arricchimento segnato da scoperte emozionanti e deludenti incidenti di percorso in cui si fa strada a poco a poco il senso del limite. Se ne esce, se fortunati, dodici anni dopo. Altrimenti gli anni di detenzione possono aumentare fino a quattordici, e per chi è costretto o entusiasmato e vuole proseguire con l'università si arriva anche a venti, o più. Quasi la misura di un ergastolo all'italiana. Se ne esce del tutto cambiati: i giocattoli non esistono più o, se esistono, non sono più il mezzo preferito per conoscere il mondo, ma il primo rifugio per dimenticarsene.
Il mondo è diventato una cosa terribilmente seria. Il bambino, il primo giorno di scuola, se ne rendeva conto, e piangeva. Adesso che è diplomato, o laureato, sorride di quell'atteggiamento “infantile” (l'aggettivo è inteso né più né meno che come un insulto), con la consapevolezza di chi ha imparato tanto e deve guardare avanti per costruirsi un futuro, per “realizzarsi” in quella vita che ai suoi occhi era sembrata uno scherzo, e che adesso pare una trappola. “Realizzarsi” è uno dei termini correnti atti a designare il pieno inserimento nel regime di insensatezza instaurato dalla cultura capitalistico-consumistica: la forza creativa di un bimbo è completamente annientata, il suo reale contatto con le cose del mondo lobotomizzato, la ricerca di senso e il confronto con le grandi questioni che comporta l'essere in vita ridotti alle sole, meccaniche funzioni alienanti del lavorare e del comprare. Quel bambino che sarebbe stato capace di ascendere alle vette dei monti per guardare il cielo da vicino e solcare i mari in tempesta alla ricerca di terre sconosciute, per soddisfare l'infinita curiosità e l'inesauribile impulso al gioco, è diventato un uomo convinto di sapere già tutto ciò che serve, vecchio, disilluso, inetto, docile, incurabilmente noioso e annoiato.
Cosa è successo? Perché non gioca più come prima? E' intervenuta la scuola. Ecco una possibile testimonianza:

“A scuola ti insegnano un sacco di cose, purché tu faccia silenzio e parli solo se interpellato, purché tu smetta di giocare e non veda la tua famiglia almeno per mezza giornata, purché tu non abbia da ridire su ciò in cui vieni istruito, purché tu sia pulito, educato e obbediente. All'inizio può sembrare una fregatura, poi invece capisci quanto ci si guadagni. A scuola ti insegnano che il mondo è fatto a scale: in cima siede chi ha abbandonato per primo i giocattoli, si è messo a studiare e ha capito subito che la vita è una cosa seria, cioè proprio quei bambini con cui giocare non è mai stato un piacere; in basso, invece, stanno coloro che non sono ancora maturati abbastanza, che non studiano e non hanno ancora capito com'è fatta la vita. Esiste un modo preciso per misurare a che punto sei della scala: i voti. Più i tuoi voti sono alti, più vicino sei alla cima, e più vicino sei alla cima, più hai il diritto di sentirti migliore degli altri.
Studiare, essere educati e arrendevoli alle ingiunzioni dei professori è la strada maestra per arrivare in cima. Una volta in cima, se sei fortunato, puoi anche collaborare coi professori per far capire agli altri che dovrebbero essere tutti come te. In questo modo, imparare diventa una gara avvincente e molti si impegnano per raggiungere la vetta, spinti dall'ambizione o dall'invidia dei compagni.
Studiare all'inizio è noioso e proprio non vorresti farlo, ma poi ti abitui e anche se ti annoi cerchi di non farci caso. Salire la scala è troppo importante e rimanere in basso è motivo di umiliazione, di scherno, di quel senso di inferiorità che deriva dalla coscienza di aver fallito totalmente, di non valere nulla.
Anche nelle materie di studio c'è una scala, che è poi il metro con cui si misura il voto che meriti. Per prendere un voto alto devi essere a conoscenza di questa scala e devi saperla applicare. Lo studente modello è quello che senza conoscere da prima la scala specifica da adottare in una determinata occasione, riesce a fare la scelta che si colloca in cima ad essa. In ogni materia che si studia a scuola ci sono delle informazioni da ritenere giuste (quelle in cima alla scala) e altre da ritenere sbagliate (quelle in fondo), delle opinioni giuste e altre sbagliate, degli atteggiamenti giusti e altri sbagliati. Più scelte giuste collezioni, più i tuoi voti sono alti.”

Facciamo qualche esempio riguardante la situazione italiana.
La lingua giusta è l'italiano (ossia il volgare toscano, imposto come lingua nazionale al popolo - ? - italiano con l'unità - ? - d'Italia), e in cima alla scala si trova l'italiano dei manuali di grammatica. Ogni deviazione dalla norma è errore, opportunamente contrassegnato, nei temi, da sottolineature in rosso o in blu, a seconda della gravità. Parlare o scrivere come il contadino che conosce solo il dialetto o come Dante Alighieri è ugualmente errore, in quanto inosservanza delle regole grammaticali dell'italiano contemporaneo: matita rossa o blu, marchio d'infamia.
Il sistema politico giusto è la repubblica democratica fondata sul lavoro. Il lavoro è un'attività nobilitante dell'animo e costituisce la modalità primaria con cui l'uomo (ossia il cittadino, non essendo contemplata una differenza tra i due) si inserisce nella vita sociale e interagisce con altri uomini. Lavorare almeno otto ore al giorno è la norma, non lavorare è segno di pigrizia, immaturità, irresponsabilità, inettitudine. Rispettare le leggi è giusto e morale, non rispettarle è sempre sbagliato e immorale. Chi non rispetta le leggi va punito severamente con ammende in denaro o con più o meno lunghi periodi di reclusione in carcere.
Il modo giusto di comportarsi in società è quello che si rifà ai principi del buon senso comune. Chi non vive conformemente al buon senso, è da considerarsi anormale o squilibrato, e in quanto tale va corretto facendo ricorso alla psichiatria e a opportune cure farmacologiche.
La cultura giusta è quella occidentale, democratica e liberale, tuttalpiù socialista.

L'istruzione obbligatoria è un crimine perché tutto ciò non è né vero né giusto. L'istruzione obbligatoria è il più imponente baluardo che sia mai stato edificato a difesa della mediocrità, la ferrea egida temprata per annichilire un'umanità non più capace di prendere il mare in cerca di nuove americhe, non uomini, ma sordido impiegatume della vita. L'istruzione obbligatoria è la soluzione finale al problema che ha ossessionato da sempre i centri di potere: la massa, nella sua portata distruttrice e rivoluzionaria, corrosiva del vecchio e portatrice del nuovo, il temutissimo nuovo. L'istruzione è il vero potere dello Stato moderno, l'unico che riesca realmente a garantire il gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Da quando, in età moderna, lo Stato ha avuto bisogno di obbedienza totale a un solo potere centralizzato, la scuola e la religione si sono offerte come alleate fondamentali per imporre un'interiorizzazione del senso di colpa e del rispetto delle leggi, del “senso civico” e della morale della moderazione, strumenti necessari a garantire stabilità e prosperità al potere delle classi privilegiate senza ricorrere a un continuo stato di polizia. Finché tutti i bambini diventeranno uomini in un solo modo, l'unico previsto, la fisionomia delle classi al potere difficilmente cambierà nella sostanza. Finché i bambini saranno costretti ad andare a scuola, la cultura sarà odiata e snobbata, e tuttavia il disciplinamento delle coscienze continuerà. Finché i bambini saranno costretti a imparare, si ucciderà la loro creatività, il loro spirito critico, si recideranno alla base le uniche reali speranze di rinnovamento dell'umanità, o più semplicemente della società italiana. Non a caso, a ribellarsi con decisione alla mafia sono stati gli immigrati di Rosarno, non certo gli “istruiti” consiglieri regionali del meridione. Istruire non significa solo “far apprendere a qualcuno nozioni di una disciplina”, ma anche “dare istruzioni, direttive, consigli su ciò che si deve fare”: che sia un caso?
Quando si potrà ottenere un lavoro sulla base delle proprie competenze effettive e non di un curriculum che renda testimonianza del proprio periodo di detenzione e di canalizzazione forzata della mente lungo binari consentiti, forse la scuola non sarà percepita come una necessità così impellente.
Quando la scuola sarà gestita da libere associazioni private di cultura, forse il bambino, tra una partita a calcio e una al biliardino, stanco, avrà voglia di conoscere il mondo, per scoprire qualcosa di nuovo o per trovare nuovi stimoli per giochi più interessanti, o forse per conoscere altri bambini. In caso contrario, si sarà risparmiata una violenza e si sarà reso un servizio alla libertà che ognuno di noi dovrebbe avere, una volta nato senza averlo chiesto, di gestirsi la propria vita a modo suo.



* Non condivido neanche una parola o una virgola dell'intento, delle idee, dei contenuti di questo articolo. Ma, pur pensando questo, ritengo sia un articolo utile per far nascere un dibattito, che mi auguro sereno e pacato, attorno al perennemente attuale argomento scuola. Un saluto. L.F.

2010-09-20

Due o tre cose su "Profumo di donna"

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E' la storia di un cieco. Difficile costruire una storia intorno ad un cieco,i ciechi sono prudenti, il punto è che si tratta di Gassman. Gassman è Gassman a prescindere dal ruolo che si tenta, invano, di cucirgli addosso, non può interpretare nessuno che non sia se medesimo nella misura in cui l' indole mattatoria lo porta SEMPRE ad overinterpretare se stesso. Quindi questo è un film su come sarebbe stato Gassman se fosse stato cieco. Come il Grande Dittatore non è altro che un film su come sarebbe stato Chaplin se fosse stato Hitler. D'altronde Chaplin subì per primo il plagio da parte di Hitler, che gli rubò i baffi.
Si tentava di parlare di Gassman cieco, il fatto è che il suo stato, lungi dal depotenziarne l'essenza, ce ne offre un distillato di primissima qualità. Gassman cieco finge bene,molto meglio di quello sano, falsifica ciò che è con quello che dice di essere, credo in Dio, crede nella speranza, ripone tutto quel che rimane di se stesso nell'amore fedele di una giovane donna, ha paura di morire. Però lo nasconde. Dice di essere una pietra. Mente. Gassman cieco non è altro che un attore, un gran figlio di buona donna, come tutti gli attori, tutto qui. Risi è bravo in ciò, relega l'azione "fuori dalle immagini", sfruttando tutte le potenzialità di una storia che deve essere necessariamente statica. E' un film sulle conseguenze delle azioni. Gassmann è già cieco, il suo giovane badante è già tale, non lo diventa, la donna che lo ama non impara ad amarlo, lo ama da sempre, durante la pioggia la telecamera indugia sulla "prigione interiore" di Gassman sulla quale per un attimo soltanto si apre un spiraglio e allora quello spiraglio va colto mentre l'esuberanza gioiosa resta relegata sullo sfondo, fuori dalla finestra. Dopo un po' tutti gli inganni vengono svelati, c'è solo il cieco sofferente,tremabondo, va via il giovane che si prendeva cura di lui, va via Gassman, va via Risi. Rimane la realtà dietro la finzione squarciata.

2010-09-13

"Sui giovani d'oggi ci scatarro su"

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Zoe aveva vent’anni.

C’era tempo per la paura di perdere un lavoro sottopagato.

Aveva una vita per questo.

Aveva vent’anni ed ardeva di quella inconsapevole bellezza di chi ancora pensa che per il mondo, si possa fare qualcosa.

Lei, come tanti - pensava.

E allora, scarpe logore a cortei anche fuori Fishville, per commemorare con bandierone al vento e facce contrite per gli eroi che erano stati.

Lei, come tanti - pensava.

E allora, indignazione, rabbia.

Un giorno, Zoe di FishVille, paesello al confine con il mondo proibito che ripudiava e disprezzava ( - lei, come tanti- pensava) udì uno strano mormorio, sottofondo di slogan come “la libertà è sacra”, “viva la legalità”.

Era un brusio fastidioso.

D’un tratto un tizio incappiato in una cravatta dai toni tenui s’era fermato di fronte alla folla urlante e recalcitrante di quel corteo.

Abbassando gli occhiali, con il giornale ancora sotto braccio, guardava ad uno ad uno quei ventenni delle prime file.

Ed il suo sguardo, sembrava toccare ogni presente, penetrarlo, zittirlo.

Con rassegnazione biblica, le acque del corteo si divisero in due, per far passare il profeta.

Le bandiere smisero di sventolare.

Zoe, continuava ad urlare, aveva vent’anni. Non capiva.

Con fare interrogativo chiese al suo vicino chi fosse quel tizio.

Non ebbe risposta né a questa né alle domande successive.

Zoe, continuava a non capire.

Il giorno dopo, tutto era come prima, solo che di quella manifestazione non si parlò più. Si erano tutti sparaflashati il cervello, come se sul serio non ne avessero memoria.

I poster dei grandi eroi sempre appesi nelle sale riunioni e stampati in technicolor sulle magliette.

Sempre gli stessi slogan bofonchiati o urlati.

Tutto era come prima.

Solo che, quando in un volantino lesse “ E' arrivato il vento del cambiamento...” Zoe, non riuscì che a sentire tanfo di carcasse in putrefazione.

Quello fu il momento esatto, il preciso istante, in cui capì che la sua terra non aveva speranze.



“Il denaro, il potere porta gli uomini a gesti spregevoli.

Per loro natura le nuove generazioni si oppongono, in un processo quasi scontato che si ripete da millenni.

Si oppongono per poi, in maturità, dimenticarsene e per la maggior parte, trasformarsi da vittime in carnefici.

E' così che va il mondo. Anzi, che andava.

Questa regole è stata irrimediabilmente spezzata.

La mia generazione è una generazione pingue di slogan da supermercato e di bandiere di uomini che con ogni probabilità non fanno che girarsi e rigirarsi vorticosamente nella tomba, nella triste coscienza di essersi sacrificati per dei quaquaraquà.

La mia generazione si vende, anzi si svende.

E lo fa col sorriso come quando si è già vecchi e compromessi.

Solo che la mia generazione non ha l’alibi della vita che ti devia perché la vita, non l’ha ancora vissuta.

Il “giusto” predicato in tutte le salse per tre volte al giorno - ore pasti, è vuoto, non esiste.

Figurarsi il “Giusto”.

In questo marasma di “anime belle solo quando non c’è da sporcarsi le mani”, forse, qualcuno potrebbe salvarsi, ma si trova in una condizione di solitudine e di isolamento mai avvenuta nella storia.

Sono vissuta in un paese che mi sembrava più libero di quanto lo fosse cinquanta anni fà.

Pensavo di essere fortunata, ero stata generata da una terra buona.

Non è così.

Qui a Fishville, gli uomini assetati di potere ed i giovani si somigliano, si confondono, si fondono.

Il predatore mangia le prede.

Ed, io, a questo, mi opponevo.

Fino a quando la consapevolezza del cannibalismo tra prede ha preso il sopravvento.

Le carcasse rimangono, ed il puzzo io lo sento.

La ventata di aria fresca, forse la sentite voi: magari è questo che si sente dopo aver ucciso qualcosa e prima o poi, anche qualcuno, “una ventata di aria fresca”

Chissà.”

2010-08-29

La ragazza senza colore

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C'era una volta una ragazza minuta e fine, con i gomiti tondi e i capelli arricciati, gli occhioni bianchi e la bocca gigantesca.
Questa ragazza era nata senza un colore.

Pur avendo desiderato per tutta l'infanzia un bel colore per risplendere trionfalmente e eternamente dinanzi al mondo, non era riuscita a dare un calore alla propria forma che continuava ad apparire come una triste figura dai contorni rarefatti.
Un giorno, un verde – un bel verde – passò accanto a lei, e la triste ragazza bianca e dai contorni rarefatti, stanca della sua vita di costernazione e disprezzo, decise di seguire il verde per le strade della vita, divenendo verde anch'essa. Essere verde fu la cosa più bella che avrebbe mai potuto desiderare: tutti la salutavano quando la incontravano, qualcuno scambiava qualche parola con lei, un'affettuosità, un vezzeggiamento, “oh, ma che bel verde!”, e lei era contenta perché in fondo, pur non capendo come funzionasse quella cosa del verde, era bella che colorata. Era colorata e tutti la salutavano.
Un giorno, però, il verde, stanco di essere seguito dalla creaturina minuta e fine, dai gomiti così tondi che sembravano palle di gomma, decise di cambiare rapidamente strada, lasciandola nel bel mezzo del bizzarro cammino della vita e facendola divenire di nuovo bianca.
La cosa intristì parecchio la ragazza, così minuta e fine da sembrare una bella linea spessa, poiché perdendo il colore aveva perso nuovamente l'interesse della gente, che non la salutava più, non le diceva niente quando la incontrava per sbaglio, nessun complimento, “oh, devo andare”, “oh, non ho tempo”.
Fortuna volle che, in quel momento passasse un rosso dalla stessa strada, e la ragazza minuta e fine, così fine che ogni passo minacciava di spezzarle la spina dorsale, decise di copiare il rosso come aveva fatto col verde, riconquistando quella considerazione perduta che la faceva sentire così bella e importante, intelligente e acuta, e divertente, e imprevedibile, e “oh, ma quello è un rosso?”, “sì, non vedi?”, “oh, ma è bellissimo”, e giù di complimenti, giù di vezzeggiamenti, e la ragazza era molto felice d'essere rossa. Era rossa e tutti la salutavano.
Passò qualche tempo e la storia tornò a ripetersi senza appello, facendo sprofondare la ragazza – dagli occhi così bianchi e lattiginosi da sembrare due astri satinati – nella solita melanconia.
Non sapendo cosa fare, iniziò a seguire altri colori: un blu, un giallo, un nero, un fucsia, un ecru, un marrone, balzando negli stessi anelati splendori d'un tempo e precipitando negli stessi oscuri baratri che il sempre ugual esito ricreava.
Stanca di non avere un colore, fermò per strada un simpatico arancione e gli chiese che cosa avesse che non funzionava.
– Cara la mia ragazza dalla bocca così grande da produrre formidabili e melodiosi echi – disse l'amabile arancione – se non riesci ad avere un colore, sarà che forse sei vuota dentro?
La ragazza lo osservò con rabbia e livore: – Come osi dire che io sono vuota dentro? Io sono il più lucente astro del cielo e ho avuto tanti colori che non ricordo! Una volta sono stata persino rossa!
L'arancione rise sommessamente, coprendosi il volto con la manina paffuta e colorata.
– Oh, puoi aver avuto un colore una volta, ma quel che sei è solo un riflesso, il riverbero di un colore che già esiste. Di tuo, c'è ben poco da esistere. Sei solo il contorno di una ragazza minuta e fine. – spiegò l'interlocutore, col suo parco tono di voce.
– E sentiamo, cosa dovrei fare per aver un colore? – chiese con un filo di ostentazione.
– Puoi smetterla di seguire gli altri colori, smetterla di ambire ad essere l'astro più lucente, imparare dagli altri colori ed essere te stessa. Se tutto andrà bene, ogni rosso, blu e verde ti donerà un po' di se e tu potrai diventare un colore tutto tuo.
– E come si fa? – ribatté la ragazza disorientata.
– Se tu non lo sai già, non posso spiegartelo. – concluse il faceto arancione, che però adesso s'era fatto scuro in viso perché aveva pietà della povera ragazza dai capelli così ricci da sembrare rovi.
La ragazza cadde nel silenzio. Avrebbe voluto pensare a qualcosa, ma da sempre i pensieri che avevano vagato nella sua testa non erano suoi, e per un attimo si maledì per aver seguito così incautamente tutti quei colori, d'essere stata arrogante, d'aver giocato quando bisognava imparare, e d'essersi distratta quando bisognava ascoltare.
– Se non riuscirai ad avere un colore, potrai recarti al Cimitero dei Senza Colore: si trova più in là, ci sta tanta gente, – aggiunse l'ironico arancione, e il suo sguardo fu pieno di dolcissima pietà.
– E come ci si arriva? – domandò l'altra, maledicendosi subito per averlo chiesto.
In cuor suo, non aveva alcuna voglia di sapere il luogo di quel cimitero, né apprendere la strada migliore per raggiungerlo. Non aveva alcun animo per cambiare se stessa e la paura di scoprire che la sua esistenza era sbagliata la fece tremare tutta.
L'arancione, che scrutando negli occhi incolori della ragazza aveva compreso il suo stato d'animo, non aggiunse nulla, e sospirò quando la vide scostarsi, stanca e sconsolata, per avvicinarsi a un triste grigio che transitava proprio di lì, in quell'istante.
Così, senza fare ulteriori domande, e negando ogni commiato al povero arancione, che nel frattempo aveva perso la sua sollecita vivacità, la ragazza sparì, seguendo il triste grigio e accontentandosi di quel vuoto senza colore, che la faceva apparire ma non esistere, e la rendeva, soprattutto, felice di non pensare alla propria condizione.
L'arancione la commiserò in silenzio. Avrebbe voluto davvero far qualcosa per lei, ma ancora una volta era cozzato contro la dura realtà dell'indolenza al cambiamento, poiché ciò che nasce senza un colore, muore senza un colore.
– Ci arriverai perché ti ci porteranno... – concluse rammaricato, incamminandosi per la strada che più preferiva, seguendo il sussurro di un fil di vento, mentre la flebile ragazza, che sarebbe saltata da un colore all'altro senza mai averne uno suo, trascinava il suo destino verso il Cimitero dei Senza Colore, dove avrebbe trovato la fine. Sarebbe scomparsa come una goccia nel mare, senza lasciare alcuna traccia che pochi tratti di matita vergati in un vuoto scuro e triste che, come lei, era senza un colore.

2010-07-07

Il potere supercosmico di Rachele

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Nel quattro Luglio del duemiladieci, in una quieta sera del preludio estivo, in una piccola Città più al Sud del Nord che tutti conosciamo, si stavano formando i presupposti per dare origine a un accadimento veramente singolare.
Rachele era una ragazza di ventun anni, dai capelli rossi e due occhialoni che formavano cerchietti perfettamente rotondi attorno ai suoi grandi occhi color lampone e, pur avendo un corpicino flebile e ristretto, provava una rabbia incommensurabile nei confronti del mondo e della società.
Quella sera si trovava a un raduno antimafia come tanti, schiumando, in cuor suo, lo stesso livore e la stessa ripulsa di sempre nei confronti della gente che la circondava, di quella che, all'esterno del circolo che delimitava l'area di apprendimento della manifestazione, osservava l'oscurità e i lumicini e non apprendeva un fico secco. Persone incredibili che non credevano all'esistenza della mafia, che accettavano la corruzione come un fatto della vita, che non si curavano minimamente degli accadimenti del proprio paese, che non riuscivano a plasmare una propria identità, lasciando che fosse la massa a plasmarla per conto loro.
Rachele non riusciva a sopportarlo nemmeno un po': pensare che nel mondo, nel suo mondo, esistesse gente indifferente, incurante, omertosa, capace di archiviare i fatti più terribili dell'esistenza etichettandoli come “inesistenti”, ignoranza che dava pasto ad altra ignoranza, la rendeva furente. Si sentiva invasa da una rabbia segreta e ancestrale, al punto di avvertire un tale rigetto della vita, dell'accettazione dei normali – normali – compromessi che l'atto di esistere esigeva, tanto da sentirsi sul punto di esplodere.
E in effetti fu proprio quello che accadde.
La piccola Rachele coi suoi ventuno anni, di cui ancora oggi non si conosce alcun dato anagrafico che non sia il nome, esplose in un cono di luce di tre chilometri di diametro, portando via con se e con la sua furia edifici, parchi, alberi, persone e quant'altro di solido – non importa se fosse vivente o no – incontrava lungo la sua strada il vorace cono distruttore.
Una piccola testata nucleare innescata da una ripulsione a catena, che si poteva ammirare anche dalla Luna, capace di cambiare il volto del mondo e di quei piccoli esserini che incautamente al di sopra di esso vivevano.
La reazione mediatica fu subitanea. Le più importanti testate giornalistiche e gli stessi tg televisivi, poco avvezzi a trasmettere informazioni reali, declamarono l'importanza dell'atto. Incredibili e significativi titoli come: “Ragazza distrugge una città intera: la forza dell'individuo può davvero cambiare le cose”, salutarono il biblico accadimento, seguiti da un tripudio di gruppi, messaggi, commenti, adesioni raccolti sui più importanti social network.
Un gruppo di scienziati provenienti dagli Stati Uniti, recatisi sul posto subito dopo l'accaduto, pronti ad analizzare l'esplosione con gli strumenti della scienza, dopo ore e ore di analisi accurate e blindate, espressero il loro verdetto: “Trattasi di esplosione volontaria”, Rachele era esplosa da se.
In breve, la piccola ragazza divenne un mito. Nacquero numerose associazioni umanitarie e sociali che si fregiavano del suo nome e di un simbolo, un'icona, che rappresentasse una ragazza nell'atto di esplodere.
I maggiori politici nazionali e mondiali riconobbero l'importanza dell'esistenza umana, dimettendosi dai loro incarichi e lasciando il compito di creare una nuova era alle rampanti classi di giovani politici, che a gran voce, dichiaravano e proclamavano che il gesto di Rachele sarebbe stato d'esempio per le future generazioni e che quel cratere di tre chilometri avrebbe sempre ricordato l'importanza e la forza del libero pensiero.
Libri, numerosi libri, furono scritti, tratteggiando Rachele ora come una giovine fragile con un gran cuore, ora come una guerriera dallo sguardo fiero, oppure come un'instabile, suo malgrado portatrice di ideali più grandi e divini.
Le strutture religiose si svuotarono dall'interno, e non furono pochi i fedeli, che sino allora avevano fondato la loro abnegazione religiosa sull'accettazione del nulla che, attirati dalla meraviglia del concreto, preferirono riporre le proprie speranze sul mito di Rachele e della sua esplosione.
Una nuova classe sociale, i Racheliti, si erse in quel periodo di confusione e di mistico delirio, affermando che avrebbe perpetuato i dettami di libertà espressi da Rachele e dalla sua Esplosione, distruggendo le credenze barbare delle vecchie religioni che distruggevano e separavano.
Molte guerre cessarono, poiché le genti, che a lungo avevano combattuto, si resero conto che fucili e bombe non cambiavano il mondo, mentre un singolo pensiero che portasse a una detonazione quasi atomica avesse molto più valore dei loro scontri. I guerrieri divennero dei liberi pensatori, e presero a girovagare per il mondo, annunciando l'Era del Libero Pensiero. Decina di migliaia di uomini presero a seguirli, diventando proseliti di tanti pensatori differenti, ed esercitandosi nella palestra del Libero Pensiero con tanti stupendi “liberi pensieri” sulla qualità della vita, l'amore per la propria terra, il rispetto per il prossimo e per gli animali.
La Nuova Generazione e la Nuova Era erano infine arrivate, e tutti si sentivano felici di non aver qualcuno che dicesse loro cosa fare, perché finalmente ognuno era libero di pensarla a modo suo (non che prima non si potesse).
Il culto della beltà del cervello e dei magnifici pensieri che da esso si propagavano agli altri, attraverso lo straordinario mezzo della parola e del confronto, divennero i capisaldi di una nuova religione che religione non era.
Qualche anno dopo, i Racheliti, la nuova eminente classe che aveva posto fine a tutte le religioni in favore dell'incondizionato pensiero, giudicò utile per tutta la nuova umanità, che venissero decise delle leggi, magari iscritte, che regolassero in qualche modo quel clima tranquillo ma caotico. Riunitisi in un concilio, stabilirono le basi del Culto di Rachele, sintetizzandole in cinque regole fondamentali che il buon Rachelita avrebbe dovuto seguire. Si vietò di seguire i liberi pensatori, poiché vennero considerati “dispersori della Parola”, e vennero banditi dalle nazioni. Non furono rari i casi di persecuzione, anche violenta, nei confronti di questi nuovi eretici, sebbene il comparto informativo non ne desse notizia, grazie anche alla pressione che i membri più influenti del Culto di Rachele facevano su giornali e mezzi mediatici.
Si parlò di una “Seconda Rivoluzione” e il mondo Rachelita, ancora una volta, si dimostrò compatto nell'accettare le basi della nuova Era, credendo che grazie ai Racheliti il mondo sarebbe guarito definitivamente dalla miriade di lesioni interne che la Società Passata aveva generato con l'ignoranza e l'ignavia.
Gli stati che si opponevano al Rachelitismo, sostenendo ancora la propria vetusta religione, vennero considerati come “nemici dell'umanità” e “attentatori dell'Unico Libero Pensiero”, e per questo furono condotte sanguinose guerre per sterminarli e privarli dei loro territori.
L'economia, che negli anni del “boom” aveva subito una pesante revisione, a causa degli squilibri causati dal cambiamento dello stile di vita che l'esplosione aveva generato, fu salvata anch'essa dagli interventi dei Sacri Racheliti.
L'industria delle armi fu sull'orlo del fallimento, le multinazionali caddero in ginocchio, e tutti davano il capitalismo per spacciato, strizzando l'occhio a un nuovo ordine che liberamente sarebbe nato dall'evoluzione della situazione attuale. Ma i Racheliti, che erano i portatori dell'Unico Pensiero Libero, accettato da tutti: dalla classe politica eletta dal popolo e da tutti i liberi pensatori non disposti a nessun compromesso e nessun condizionamento, proposero di ridare vita a un mercato globale che avesse i connotati di libertà espressi dalla divina Rachele.
Nacque così l'Unica Azienda Globonazionale, che comprendeva l'associazione di tutte le multinazionali ormai in declino, che avrebbe guidato e regolato il mercato mondiale con la (falsa) giustezza e l'equità/iniquità di spirito tipica del Culto di Rachele.
Infine, le escalation di numerosi sotto-culti e associazioni organizzate che mirassero ad assicurarsi grosse fette di quei guadagni locali generati dai mercati dell'Unico Pensiero, magari dietro la benevole raccomandazione di qualche politico rachelita, riconfigurarono un mondo che, in effetti, non era molto diverso da quello che la povera ragazza, in principio, aveva rigettato.
Solo che adesso nessuno se ne accorgeva, perché un'esplosione aveva accecato gli occhi dell'umanità, e ogni uomo, come un insetto, era stato attirato dalla deriva da lucine che, roteando e compiendo larghi giri nei cieli, l'avevano riportato nello stesso stagno da cui s'era illuso di sfuggire.
Così, moltissimi anni dopo, quando una ragazzina di nome Lina, passando dinnanzi allo storico cratere, ormai dimenticato e adibito a discarica abusiva, e notando un cartello impolverato recante la scritta “Il luogo della nascita dell'Unico Libero Pensiero”, chiese alla madre: “Cos'è successo in questo posto, Mamma?”, l'unica e triste risposta che ricevette fu: “Non lo so”.

2010-06-30

Un tipo ha ucciso suo padre

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A tavola dopo una lite banale ha preso un coltello e gli ha tagliato la pancia. Schizza un po’ di sangue su una anonima pasta al pesto. Poi doveva far sparire il cadavere. Lo tira giù dalla sedia, lo trascina per il pavimento sporcando di sangue il corridoio, lo butta nel water e poi con uno spazzolino da cesso, cioè uno spazzolino più grande del normale, grande quanto uno scopino del cesso, tentatava di mandarlo giù, di sotto dalle tartarughe ninja,lamentando tra sé di aver schiacciato il tasto col serbatoio da 3 litri anzicchè quello da 12:imputava a questo errore la non discesa del grassone rompiscatole giù a mangiare pizza con Lucifero. Allora lo tirava su, aveva i capelli bagnati. La camicia sporca di sangue. Gli occhi vitrei. La bocca intarsiata di bava. E giù per terra di nuovo con un tonfo della testa e sangue pure da là. Pesava sempre di più quell’ammasso di trippa che era costretto a portarsi per la casa nel tentativo di trovare una soluzione per lo smaltimento. Smaltimento rifiuti sacco dell’immondizia nero quello grande delle manifestazioni ecco la soluzione adesso lo prendo ecco sì il cassetto là in basso no quello sopra non il rotolo di alluminio ecco l’ho trovato ma sto sacco di patate ci sta quà dentro o non ci sta ecco non ci sta ora come me ne sbarazzo che noia ecco era meglio se stavo fermo e continuavo a guardare tg1 ora no uffa era meglio ammazzarlo forse del tg1 non lo so che palle oggi pomeriggio poi devo uscire ma qua devo sbarazzarmi non posso chiamare la ditta smaltimento dell’altra volta vogliono un sacco di soldi per smaltire nella vasca sto sacco di merda ma mi aveva rotto mi chiederà un movente la polizia se mi becca non lo sopportavo che devo dire ma perché non lo so oggi pomeriggio partita di pallavolo femminile e poi tanti baci alla tipa che ho incontrato ieri ma non mi vuole mi da una cinquina. Niente, nel sacco non entrava. Decise di fare una autopsia. Non ricordava dove fosse il fegato. Taglio a caso lì, taglio a caso là, sembrava un pollo scuoiato e le interiora una poltiglia informe. Non gli dava una logica sequenziale nemmeno nell’apparato digerente o dirigente o come diavolo si chiama, tranne per gli organi più grandi, unici ben distinguibili in quel marasma di sangue e ripiegature e ripieghine e pieghe e ripieghette dei tessuti (di lino). Chissà come cazzo fanno i miei amici che studiano medicina a impararsi ste cose poi che noia studiarsi cinquecentomilamigliaia di ste robe già mi annoia chissà perché dovevo controllare il fegato ah sì per vedere dove dovrò operarmi quando avrò bruciato tutto con l’alcool e invece forti le ossa mi piacerebbe comprare uno scheletro per il prossimo halloween ora vediamo solo che mi annoiano ste feste private facciamo una cosa tutti insieme al mare ma per il mare c’è troppo freddo meglio la montagna ma la montagna uffa non c’è posto ce n’è sempre una poi certo che mi annoio e sono annoiato da sti oggetti nel mondo. Realizzò che l’unica soluzione era prendere in mano il telefono e chiamare la ditta di esperti dissolutori di cadavere. Arrivati. Di nuovo la strada per il bagno, sangue nel corridoio e, stavolta, gettato nella vasca come un tonno appena pescato di 40kg con contusioni plurime al dovunque. Il sottofondo del barbiere di Siviglia -Ah, bravo Figaro! Bravo, bravissimo; fortunatissimo per verità! Pronto a far tutto, la notte e il giorno sempre d’intorno,in giro sta- , una melodia arabeggiante e un dinamico odore di spezie indiane, fastidioso più delle budella rivoltate del trippone alle docili orecchie dei professionisti di cadavere, abituati in realtà al pesce crudo delle loro zone. Taglia di qua e taglia di là, taglia su e taglia giù, bravi bravissimi e Puf. Il cadavere è disciolto nelle fognature. E chi lo sa, forse il sangue diventerà il pomodoro sulla pizza di splinter.

2010-06-25

Cronaca di Giacomino.

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Stava seduto su una sedia di legno scuro il buon Giacomino. La testa era china sulle carte ma gli occhi, gli occhi nuotavano altrove. Dove? Sulla città: strade finestre tetti nuvole e campane. C'aveva il suo angolino, il buon Giacomino, e da lì poteva guardare il mondo. Che male c'è? Eppure si sentiva in colpa, povero Giacomino, perché doveva studiare e gli pareva che guardare dalla finestra fosse una distrazione inutile. Da scemi. Lui però lo faceva lo stesso, di sottecchi, si convinceva di studiare e in effetti la postura era quella, ma gli occhi, dicevo, nuotavano altrove.

Le automobili sfrecciavano sulla statale di periferia. Veloci, troppo veloci, non c'era il tempo di chiedersi chi fosse al volante che l'auto spariva, come un'occasione perduta. Ogni tanto Giacomino immaginava di trovarsi dentro una di quelle scatolette, su uno dei sedili posteriori, ad ascoltare le storie che vi si narravano, ad intrecciarne di nuove, a lasciarsi portare chissà dove, basta che ci fossero le curve. Salvo poi ridestarsi d'improvviso dalle fantasticherie, rimproverarsi e tornare con più impegno di prima sulle carte.

E che dire di tutte quelle finestre? A sera erano come lucciole in un mare di stelle e bagliori dispersi nel buio immenso. Dietro ogni finestra una, due, tre storie da raccontare, persone da conoscere e salutare, dieci cento mille ricordi da annotare, tanta umanità da squadernare e poco tempo, poche gambe, solo due, e una bocca sola per parlare e per sorridere. Povero Giacomino, era solo uno e voleva vivere mille vite. Ma che ci poteva fare se non gli bastava la sua?

E anche studiare, mica era per gioco. No, studiava perché era curioso, e perché credeva che sfogliare un libro fosse un po' come sfogliare l'anima delle persone, e chiedere, chiedere sempre, insistere e dire “racconta, racconta ancora!”. E poi lo sapete quanti libri ci stanno in una stanza? Non aveva bisogno di alzarsi e uscire, bussare e chiedere, il buon Giacomino. Lui stava seduto e leggeva, perché in fondo era anche un po' pigro. E ogni tanto alzava lo sguardo così, di nascosto a se stesso, e guardava le cose.

Certo avrete capito che il buon Giacomino era timido. Aveva una gran paura di parlare con la gente, soprattutto quelli della sua età, perché aveva gli occhiali spessi, un po' di gobba, si capiva che era un secchione. Qualche volta pronunciava male le parole, per la fretta e l'emozione, e allora non lo capivano e lui sentiva di avere le orecchie rossissime per la vergogna. Perciò spesso stava zitto e ascoltava soltanto, come si fa coi libri, che raccontano e basta e neanche ti chiedono come ti chiami. Eppure il buon Giacomino ci provava a parlare. Aveva le sue idee, forse non le migliori, ma erano sue, e non sempre si trovava d'accordo con la gente che sentiva discutere. Ma ogni volta che ci provava, il povero Giacomino non sapeva come fare, non riusciva mai a capire quale fosse il momento giusto, e si meravigliava del tempismo con cui gli altri riuscivano ad alternarsi nel prendere la parola. Gli veniva in mente di alzare la mano come a scuola, poi ci pensava su, si sentiva stupido, e si rassegnava ad ascoltare come sempre. Forse era per questo che gli piaceva tanto quella canzone quando diceva “tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”, e se l'ascoltava gli batteva forte il cuore e gli veniva da piangere.

Un giorno Giacomino stava andando a fare la spesa al supermercato. Davanti l'entrata c'era un parcheggio, e tutto attorno al parcheggio c'erano tanti cipressi, fiori ed erbette. Appena giunse sul limitare dello spiazzo Giacomino vide una bimba cadere a terra mentre correva. La soccorse, le sciacquò il ginocchio sporco di terra e di sangue a una fontana pubblica. Poi le comprò dei cerotti, la disinfettò, gliene mise uno e le regalò gli altri. Qualche giorno dopo tornò a fare la spesa nello stesso supermercato, e quando uscì carico di buste rivide quella bimba correre e cantare, con il cerotto ancora al ginocchio. Avvicinandosi la ammonì di smettere di correre, se non voleva ancora farsi male. La bambina si fermò, lo guardò, lo riconobbe. Sorrise e riprese a correre, stavolta verso gli alberi. Giacomino scosse la testa e continuò ad attraversare il parcheggio, diretto a casa. La bimba, però, fu subito di ritorno e Giacomino s'accorse che portava fra le dita una splendida margherita. Senza dir nulla, la bimba gli si appressò e gli infilò la margherita in una delle buste, sorridendo. Giacomino la ringraziò con un riso leggero e tornò a casa. Poggiate le buste su due sedie, cercò e trovò il fiore e lo accarezzò, ammirandolo. Provò a farlo vivere il più a lungo possibile, ed era contentissimo di poterserlo guardare tutte le mattine in cucina, mentre faceva colazione. Ben presto, però, la margherita iniziò ad appassire e Giacomino decise che sarebbe diventata il suo segnalibro: così si sarebbe ricordato spesso del bel gesto della bambina e magari sarebbe andato a trovarla ancora nel parcheggio del supermercato.

Non si curò più di trovare il posto dove comprare la carne, quello dove prendere i biscotti e il pane o quello dove risparmiare sugli yogurt, e anzi cominciò a frequentare solo quel supermercato dove aveva incontrato la bambina. Aveva in mente di chiederle come si chiamasse e di farsi raccontare quanti anni avesse e che scuola facesse, quale fosse la sua materia preferita e chi fosse la sua migliore amica. E poi voleva regalarle un altro fiore, magari uno di quei bellissimi gigli arancioni che crescevano nel giardino dei suoi vicini e che avrebbe persino rubato per lei. Ma la bambina non si fece più vedere. Passarono settimane e poi mesi, e Giacomino soffriva sempre di più quel non poterla reincontrare, e si chiedeva che fine avesse fatto, se si fosse fatta male ancora correndo, se si fosse trasferita in un'altra città, se fosse morta o viva.

Giacomino iniziò a maledirsi per non averle chiesto subito il suo nome, per non essersi messo in condizione di rintracciarla, adesso che si sentiva più solo che mai. Col tempo, però, Giacomino ebbe modo di riflettere tanto, e comprese che quell'esperienza gli doveva servire da lezione. Capì che talvolta in un gesto può esserci più che in tutti i libri che si possono leggere, e che quando succede una cosa bella bisogna scoprire come si chiama per poterla cercare ancora. Così il buon Giacomino non la smise più di chiedere i nomi delle persone, e poi imparò anche a chiedere di cosa si interessassero e quale fosse il loro colore preferito, se credessero negli alieni e tanti altri dettagli appassionanti. E quando poteva, regalava un giglio arancione alle persone a cui voleva bene. Dopo un po' fu costretto a comprarlo, perché il vicino si accorse che glieli rubava e andò su tutte le furie. Certo non smise di leggere, e anzi scoprì che alcune persone erano molto colpite dalla sua grande capacità di avere opinioni intelligenti e che molte di loro ne possedevano a loro volta, e scambiarsele era molto entusiasmante. Né si può dire che abbia conosciuto solo persone gentili come quella bambina, ma fu contento quando si rese conto che non era poi una così gran disgrazia, dal momento che in questo modo apprezzava ancora di più chi lo trattava bene. Comprese che il mondo non è come lo descrive la televisione, e che i libri non riescono sempre a dirti tutto quello che c'è da dire, e infine che tutti quanti, anche se non sembra, sono un po' timidi come lui e hanno tanta paura di sbagliare.

Tenne per sempre quella vecchia margherita come segnalibro e ogni tanto pensò, tenendola fra le dita come aveva fatto una volta una bambina, che se non era riuscito a conoscere la persona che gli aveva cambiato la vita in quel modo, allora c'era davvero tanto ancora da scoprire e non se ne sarebbe mai stancato.