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2010-11-24

Lettera dell'uomo nato sul muro di Berlino

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Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.

Cesare Pavese

Caro lettore,

non si nasce al confine. Al confine si muore soltanto. Per l'appunto è una vita che muoio, e che sono stanco, io Georg Friedlander di nascita a dir poco bastarda. Due mondi m'han fatto, son nato a Berlino, sul muro che accolse i miei pianti, e ne infranse di altri a non numerarli.

Sono affetto da uno strabismo dei sensi: birra o vino non fa differenza, non conosco il valore del rosso o del nero, tantomeno il turchino, figurarsi a coprirlo di stelle e di strisce.

Mi hanno insignito dell'accolitato del plutocratico capital-consumismo d'età postmoderna: non a caso in un culdisacco ier l'altro un polacco ha cavato da un pacco un pregiato salvatacco. Al che, con distacco, scandisco: “Perbacco!”. E che faccio? Stacco un assegno, lo compro, lo insacco, lo vestirò sul colbacco.

Nondimeno mio nonno è un cosacco.

Quando nasci su un confine è come nascere al centro della terra, aggrappato sotto 'l pelame di Lucifero, che mai da te non fia diviso. Quando nasci su un confine non hai un dove, né un quando: sei insieme una teoria mai pensata e una prassi mancata, sei un teatro senza poltrone, solo palco ed attori. Sei meno che un cane, perché non hai il pedigree. Sei antico come le montagne, duro e freddo e inorganico, ci sei da sempre e mai ci sei stato.

Mi prendo la briga di scriverti, lettore, perché anche tu – forse non lo sai – sei nato al confine. Quando le barriere crollano, tutto il mondo è frontiera. Io ti vedo, so chi sei: anche tu, come me, sei inorganico. Sei polvere tritata e servita a cubetti. Sei il dado Knorr della globalizzazione.

Anche tu, come me, non hai casa, né patria, né tempo. Sei fatto di ossa e sudore, la tua voce parla tintinnio di monete e ticchettio d'orologi, tace campane e memorie lontane.

Anche tu sei nato su un muro, ma senza graffiti, né scritte, né segno alcuno. Anche tu, come me, se non ti fermi e rifletti, passerai via, senza infamia e senza lode. Anche tu, come me, come gli altri, come tutti: c'è un “come” che incalza, rovina e annienta le rovine. C'è un numero che ti rende uguale agli altri: anche tu, come loro, infelice.

E non c'è colpa più grave che l'essere infelici.

Scava nella memoria dei luoghi e delle persone e dai luce ad un senso più sincero del tuo essere al mondo. Sporcati. Voglio vedere le tue mani sanguinare per recuperare quel senso da un tumulo di ingiustizia ed ipocrisia. Tu che puoi, va' avanti, corri dove il muro finisce e buttati giù, nella selva.


Georg Friedlander

2010-09-25

Contro l'istruzione obbligatoria.

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L'istruzione obbligatoria è un crimine.

A scuola si entra la prima volta piangendo e scalpitando, tentando di divincolarsi dalla stretta di un genitore fiero ed emozionato, quasi sempre sollevato. Ci si entra con lo sguardo ancora limpido di chi non è affatto stanco di giocare, e che ha preso ormai da tempo confidenza con gli oggetti del mondo e ha iniziato a plasmarli a modo suo, in un mutuo arricchimento segnato da scoperte emozionanti e deludenti incidenti di percorso in cui si fa strada a poco a poco il senso del limite. Se ne esce, se fortunati, dodici anni dopo. Altrimenti gli anni di detenzione possono aumentare fino a quattordici, e per chi è costretto o entusiasmato e vuole proseguire con l'università si arriva anche a venti, o più. Quasi la misura di un ergastolo all'italiana. Se ne esce del tutto cambiati: i giocattoli non esistono più o, se esistono, non sono più il mezzo preferito per conoscere il mondo, ma il primo rifugio per dimenticarsene.
Il mondo è diventato una cosa terribilmente seria. Il bambino, il primo giorno di scuola, se ne rendeva conto, e piangeva. Adesso che è diplomato, o laureato, sorride di quell'atteggiamento “infantile” (l'aggettivo è inteso né più né meno che come un insulto), con la consapevolezza di chi ha imparato tanto e deve guardare avanti per costruirsi un futuro, per “realizzarsi” in quella vita che ai suoi occhi era sembrata uno scherzo, e che adesso pare una trappola. “Realizzarsi” è uno dei termini correnti atti a designare il pieno inserimento nel regime di insensatezza instaurato dalla cultura capitalistico-consumistica: la forza creativa di un bimbo è completamente annientata, il suo reale contatto con le cose del mondo lobotomizzato, la ricerca di senso e il confronto con le grandi questioni che comporta l'essere in vita ridotti alle sole, meccaniche funzioni alienanti del lavorare e del comprare. Quel bambino che sarebbe stato capace di ascendere alle vette dei monti per guardare il cielo da vicino e solcare i mari in tempesta alla ricerca di terre sconosciute, per soddisfare l'infinita curiosità e l'inesauribile impulso al gioco, è diventato un uomo convinto di sapere già tutto ciò che serve, vecchio, disilluso, inetto, docile, incurabilmente noioso e annoiato.
Cosa è successo? Perché non gioca più come prima? E' intervenuta la scuola. Ecco una possibile testimonianza:

“A scuola ti insegnano un sacco di cose, purché tu faccia silenzio e parli solo se interpellato, purché tu smetta di giocare e non veda la tua famiglia almeno per mezza giornata, purché tu non abbia da ridire su ciò in cui vieni istruito, purché tu sia pulito, educato e obbediente. All'inizio può sembrare una fregatura, poi invece capisci quanto ci si guadagni. A scuola ti insegnano che il mondo è fatto a scale: in cima siede chi ha abbandonato per primo i giocattoli, si è messo a studiare e ha capito subito che la vita è una cosa seria, cioè proprio quei bambini con cui giocare non è mai stato un piacere; in basso, invece, stanno coloro che non sono ancora maturati abbastanza, che non studiano e non hanno ancora capito com'è fatta la vita. Esiste un modo preciso per misurare a che punto sei della scala: i voti. Più i tuoi voti sono alti, più vicino sei alla cima, e più vicino sei alla cima, più hai il diritto di sentirti migliore degli altri.
Studiare, essere educati e arrendevoli alle ingiunzioni dei professori è la strada maestra per arrivare in cima. Una volta in cima, se sei fortunato, puoi anche collaborare coi professori per far capire agli altri che dovrebbero essere tutti come te. In questo modo, imparare diventa una gara avvincente e molti si impegnano per raggiungere la vetta, spinti dall'ambizione o dall'invidia dei compagni.
Studiare all'inizio è noioso e proprio non vorresti farlo, ma poi ti abitui e anche se ti annoi cerchi di non farci caso. Salire la scala è troppo importante e rimanere in basso è motivo di umiliazione, di scherno, di quel senso di inferiorità che deriva dalla coscienza di aver fallito totalmente, di non valere nulla.
Anche nelle materie di studio c'è una scala, che è poi il metro con cui si misura il voto che meriti. Per prendere un voto alto devi essere a conoscenza di questa scala e devi saperla applicare. Lo studente modello è quello che senza conoscere da prima la scala specifica da adottare in una determinata occasione, riesce a fare la scelta che si colloca in cima ad essa. In ogni materia che si studia a scuola ci sono delle informazioni da ritenere giuste (quelle in cima alla scala) e altre da ritenere sbagliate (quelle in fondo), delle opinioni giuste e altre sbagliate, degli atteggiamenti giusti e altri sbagliati. Più scelte giuste collezioni, più i tuoi voti sono alti.”

Facciamo qualche esempio riguardante la situazione italiana.
La lingua giusta è l'italiano (ossia il volgare toscano, imposto come lingua nazionale al popolo - ? - italiano con l'unità - ? - d'Italia), e in cima alla scala si trova l'italiano dei manuali di grammatica. Ogni deviazione dalla norma è errore, opportunamente contrassegnato, nei temi, da sottolineature in rosso o in blu, a seconda della gravità. Parlare o scrivere come il contadino che conosce solo il dialetto o come Dante Alighieri è ugualmente errore, in quanto inosservanza delle regole grammaticali dell'italiano contemporaneo: matita rossa o blu, marchio d'infamia.
Il sistema politico giusto è la repubblica democratica fondata sul lavoro. Il lavoro è un'attività nobilitante dell'animo e costituisce la modalità primaria con cui l'uomo (ossia il cittadino, non essendo contemplata una differenza tra i due) si inserisce nella vita sociale e interagisce con altri uomini. Lavorare almeno otto ore al giorno è la norma, non lavorare è segno di pigrizia, immaturità, irresponsabilità, inettitudine. Rispettare le leggi è giusto e morale, non rispettarle è sempre sbagliato e immorale. Chi non rispetta le leggi va punito severamente con ammende in denaro o con più o meno lunghi periodi di reclusione in carcere.
Il modo giusto di comportarsi in società è quello che si rifà ai principi del buon senso comune. Chi non vive conformemente al buon senso, è da considerarsi anormale o squilibrato, e in quanto tale va corretto facendo ricorso alla psichiatria e a opportune cure farmacologiche.
La cultura giusta è quella occidentale, democratica e liberale, tuttalpiù socialista.

L'istruzione obbligatoria è un crimine perché tutto ciò non è né vero né giusto. L'istruzione obbligatoria è il più imponente baluardo che sia mai stato edificato a difesa della mediocrità, la ferrea egida temprata per annichilire un'umanità non più capace di prendere il mare in cerca di nuove americhe, non uomini, ma sordido impiegatume della vita. L'istruzione obbligatoria è la soluzione finale al problema che ha ossessionato da sempre i centri di potere: la massa, nella sua portata distruttrice e rivoluzionaria, corrosiva del vecchio e portatrice del nuovo, il temutissimo nuovo. L'istruzione è il vero potere dello Stato moderno, l'unico che riesca realmente a garantire il gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Da quando, in età moderna, lo Stato ha avuto bisogno di obbedienza totale a un solo potere centralizzato, la scuola e la religione si sono offerte come alleate fondamentali per imporre un'interiorizzazione del senso di colpa e del rispetto delle leggi, del “senso civico” e della morale della moderazione, strumenti necessari a garantire stabilità e prosperità al potere delle classi privilegiate senza ricorrere a un continuo stato di polizia. Finché tutti i bambini diventeranno uomini in un solo modo, l'unico previsto, la fisionomia delle classi al potere difficilmente cambierà nella sostanza. Finché i bambini saranno costretti ad andare a scuola, la cultura sarà odiata e snobbata, e tuttavia il disciplinamento delle coscienze continuerà. Finché i bambini saranno costretti a imparare, si ucciderà la loro creatività, il loro spirito critico, si recideranno alla base le uniche reali speranze di rinnovamento dell'umanità, o più semplicemente della società italiana. Non a caso, a ribellarsi con decisione alla mafia sono stati gli immigrati di Rosarno, non certo gli “istruiti” consiglieri regionali del meridione. Istruire non significa solo “far apprendere a qualcuno nozioni di una disciplina”, ma anche “dare istruzioni, direttive, consigli su ciò che si deve fare”: che sia un caso?
Quando si potrà ottenere un lavoro sulla base delle proprie competenze effettive e non di un curriculum che renda testimonianza del proprio periodo di detenzione e di canalizzazione forzata della mente lungo binari consentiti, forse la scuola non sarà percepita come una necessità così impellente.
Quando la scuola sarà gestita da libere associazioni private di cultura, forse il bambino, tra una partita a calcio e una al biliardino, stanco, avrà voglia di conoscere il mondo, per scoprire qualcosa di nuovo o per trovare nuovi stimoli per giochi più interessanti, o forse per conoscere altri bambini. In caso contrario, si sarà risparmiata una violenza e si sarà reso un servizio alla libertà che ognuno di noi dovrebbe avere, una volta nato senza averlo chiesto, di gestirsi la propria vita a modo suo.



* Non condivido neanche una parola o una virgola dell'intento, delle idee, dei contenuti di questo articolo. Ma, pur pensando questo, ritengo sia un articolo utile per far nascere un dibattito, che mi auguro sereno e pacato, attorno al perennemente attuale argomento scuola. Un saluto. L.F.

2010-05-21

Elogio del silenzio ovvero sull'eterna stupidità cosmica.

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Ascolta, fratello,
il silenzio delle stelle.
Abbandona
lo stridio dei cancelli.
Attraversa
le porte del cielo.
Annusa, amico mio,
l'eterna
stupidità cosmica.



Le nostre esistenze affannate e sudaticce, i nostri singhiozzi spezzati e le nostre risate convulse, le nostre urla esaltate e i nostri sussurri indistinti, tutto il nostro quotidiano chiasso si spegne, e non ci appartiene più nel silenzio. Mi è capitato che talvolta, oppresso da stenti e ansie procurati dal fatto d'esser nato, dalla ripetitività delle giornate incolore, io senta il bisogno di fuggire, di cercare, irrequieto, un significato altrove. È così che, come oggi, imbocco un viottolo buttato giù a pestoni sull’erba alta, vicino casa mia, e percorro decine di metri da solo, accompagnato solo dal cadenzato rumore dei miei passi sulla sterpaglia. Cammino. La marcia solitaria si interrompe soltanto quando sento di essere abbastanza isolato, pienamente circondato e sommerso dal verde. Non c’è una destinazione abituale a dirigere i miei piedi durante il tragitto. Semplicemente, mi fermo nel momento in cui mi sento interamente assorbito dal silenzio, e le mie noie e le mie speranze mortali non esistono più, spazzate via dall’eternità che vive in questi luoghi. Oggi il vento accarezza le foglie, i giunchi, le pietre e la terra umida, le mie spalle scoperte, come la mano d’un’amante, talora appassionata e impetuosa, talora, invece, dolce e languida. Ogni tanto una foglia stanca decide di staccarsi, traccia una serie di curve sinuose nell’aria, e giravolte, e si poggia sul prato molle. Ha piovuto da poco, ed ogni cosa è intrisa di quel malinconico profumo d’autunno che ho sempre amato. Il cielo si sta lentamente rischiarando, le nuvole si discostano trascinate dal vento, e lasciano campo ad un tiepido sole pomeridiano. I suoi raggi deboli accennano una tinta ambrata sulla superficie irregolare degli ulivi e sull’erba pallida. Seduto su una pietra, mi vien da pensare: noi, io e tu, amico lettore, vittime di un egocentrismo che rende ogni ostacolo uno scoglio insormontabile, forse troppo di frequente dimentichiamo l’ironia che ci avvolge: è così semplice per noi sperimentare la maestosa sublimità della natura, sempre fedele al proprio andamento, e sentirci fieri di esserne parte, eppure così difficile, se non di fronte a tanta divina indifferenza che è nel soffio del vento e nelle gocce di pioggia, ridere delle nostre preoccupazioni, destinate, come noi, a svanir presto. Vengo al cospetto del silenzio per sentirmi parte di qualcosa, non per conseguire un ideale che sottenda ancora alle parole, ai discorsi, alla vuota retorica di un’ideologia, ma per recuperare uno sguardo semplice, bambino, che si soffermi spensierato sulla magnificenza dell’indescrivibile. Certe volte il silenzio scaccia tutti i problemi, mentre le parole non fanno che costruirne di nuovi, castelli di sabbia che al soffio di un bimbo dispettoso e al moto brioso del mare che travolge cedono la propria forma e si lasciano disfare, pur senza perdere quella chimica essenziale che è la nostra perpetua tendenza al lamento.
Ora ascolta con me, fermati, amico lettore: silenzio.

2010-01-13

Partitura incompiuta: morte e assenza(o assenza della morte)

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Di fare riferimenti bibliografici certosini frega cazzi,sia chiaro. Comunque capita di affastellare riflessioni intorno a testi scritti da storici olandesi con uno spiccato temperamento artistico e romanzieri americani con sopite velleità saggistiche. Detto questo parlare di morte ormai appare relativamente semplice. Anche perché nella maggior parte dei casi si disquisisce sulla Morte, quella con la M maiuscola, ma si evita accuratamente qualsiasi riferimento al morto; si fanno i conti senza l'oste insomma. Perché questa rimozione del macabro?Eppure il macabro riconduce immediatamente all'essenza del rapporto emotivo che si instaura con la carne muta che giace immobile di fronte a chi osserva: il senso di laido terrore che deriva dal realizzare quanto essa sia la rappresentazione allegorica, l'icona di ciò che presto, inesorabilmente, prenderà anche le sembianze di chi assiste. L'empatia rispetto all'attuazione della sorte altrui che poi è di chiunque, è ingiustificata in mancanza di un legame affettivo, o, quantomeno, qualcosa di secondario. C'è molto di inspiegato in questa sempre più vertiginosa, rapida deriva irenica in cui la realtà smette di presentarsi nella sua natura essenzialmente conflittuale, in cui la violenza è sempre un qualcosa che rimane appiccicato su di un non ben identificato fondale lercio e li vi rimane. Huzinga descrive come nel medioevo il senso del macabro pervadesse ogni istante dell'esistenza umana. Questa presenza effettiva era veicolata principalmente dall'iconografia del tempo; quella della "danza macabra" dominò la scena e l'immaginario collettivo per molti decenni, una rappresentazione tragica del futuro imminente, della transitorietà dell'esistenza, del "memento mori": nella danza macabra non si balla con la Morte, bensì col morto ovvero con se stessi, nella nuda immagine col proprio cadavere decomposto. Il macabro e quindi la visione del tragico monopolizza tutto, è attraversato dal senso religioso, alimentato dal contatto quotidiano con la realtà della morte violenta, dalle epidemie,dalla fame ecc. Adesso si rimane inerti di fronte a questo processo di rimozione in cui tutto ciò diventa "non mostrabile", il che non significa affato che il sordido sia stato debellato; si può ancora farne la conoscenza diventando mercenari(perché ormai si sa,la guerrà sta agli specialisti come gli interventi a cuore aperto ai chirurghi) o assistendo ad una corrida. La corrida è quel che rimane della danza macabra, di quel sentimento medievale, tragico che caratterizza la vita e dello stretto legame che intrattiene con la morte nella sua dimensione materiale, immediata, fatta di ossa sudice, carni putrefatte e bellezza sfumata, svanita, definitivamente perduta. La rappresentazione del macabro ha a che vedere con l'interpretazione macilenta della corrida nei suoi aspetti più visibili, cruenti, dagli sbudellamenti, al sangue col suo scorrere lento, al bianco opaco delle ossa messe in mostra attraverso le ferite a cui il combattimento violento, autentico, inevitabilmente da imparagonabile risalto. La tragedia passa dall'immagine macabra perché, come riflette Huizinga, la fugacità della bellezza e della vita che la alimenta, non può arrestarsi alla melanconia per la consapevolezza della sua inevitabile fine,ma deve proseguire, irrimediabilmente, fino a giungere all'edificazione del suo orrore più pieno. In ragione di ciò la corrida è una tragedia in 3 atti, l'ultimo dei quali, quello dello scontro mortale, vede l'uomo e il toro fronteggiarsi in un turbinio di agire fisico e presenza spiriturale che, quando si manifesta nella sua espressione migliore, più completa, innesca quello strano incrocio di essenze alchemiche ed abilità pratica che da vita all'arte. C'è un filo rosso che unisce la religiosità della danza macabra e del suo "memento mori" a quella tutta particolare della "suerte" della danza della morte che si consuma all'interno dell'arena, ovvero quel complesso di azioni sempre identiche, rituali che fanno parte del suo truculento cerimoniale. E anche il lagame tra rappresentazione e chi osserva è colmo di quel sentire "desecolarizzato" dell'uomo di Huizinga; quell'uomo che si accosta di fronte all'immagine del proprio scheletro danzante con la medesima esaltazione religiosa, sovrannaturale che contraddistingue parimenti il matador nel suo dare la morte al toro dopo averci duettato lungamente con la "muleta", assegnandosi questo attributo divino che lo lascia li, senza soddisfazione estetica alcuna, svuotato e triste, esattamente come chi assiste, dapprima invasato, all'evento.
Il problema della rimozione del macabro è qualcosa di intrinsecamente legato al processo di lenta erosione di tutto ciò che ha a che vedere con la percezione del senso profondo della tragedia, di cui esso è aspetto fondamentale. L'incapacità di concepire la rappresentazione del tragico nella sua interezza, il che presuppone un non essere più in grado di andare oltre una sensazione della materialità in quanto dato visibile, ovvero cedere all'inganno e all'orrore dell'elemento macabro e isolarlo rispetto al tutto, perché a parte le briciole di pane che cadono accanto non esiste nulla. Questa concezione di materialità completamente privata di un'idea del magico NELLE cose è alla base del rifiuto dell'immagine della morte fisica, il suo aspetto concreto. Grattata via la crosta non rimane altro che il vuoto.

"La corrida non è uno sport nel senso anglosassone della parola, vale a dire non è una gara o un tentativo di gara tra un toro e un uomo. È piuttosto una tragedia; la morte del toro, che è recitata, più o meno bene, dal toro e dall'uomo insieme e in cui c'è pericolo per l'uomo ma morte sicura per l'animale."(Ernest Hemingway*)


Johan Huizinga
Morte e Religione nel Medioevo
Bur,Milano,2009,130 p.

*Ernest Hemingway
Morte nel pomeriggio
Mondadori,Milano,2009,298 p.

2009-12-30

L' Italia finisce

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Cronache da un pase da liofilizzare, dall'insipida proliferazione dei parvenu wannabe che hanno fatto loro la lezione del successo (distocazzo) che tanti trionfi ha inanellato negli ultimi anni, alla massiccia colonizzazione della (sotto)cultura lobot, disponibile ad essere foraggiata con sempre più fresche e sostanziose iniezioni di pastura.

Indugiare sui testi di Prezzolini è spesso un buon antidoto alla martellante protervia dello sproloquiare odierno. La ritrosia nei confronti di qualsiasi concessione alla pratica del luogo comune viene qui espressa in un linguaggio asciutto e al contempo riecheggiante qualcosa di sepolto. L'autore si compiace di aver capito molto, ma ci tiene a ricordare di non aver capito tutto. Interessanti le ricostruzioni storiche, in particolare quelle realtive alla figura di Galielo, in cui si da notizia del suo non essere stato in realtà candido eroe del libero pensiero, e quella di Machiavelli, di cui si offre una lettura originale e sorprendentemente arguta. Il risultato finale consta di un'epitome in cui molto di essenziale, relativamente ai 600 anni di storia d'Italia ammassati e presi in esame, ha il merito di non essere taciuto. In particolar modo stimolante analizzare la capacità di Prezzolini nel suo riuscire a passare repentinamente e in maniera affatto artificiosa, dall'immediatezza dell'aneddoto, del particolare a teorie di carattere generale. A volte sembra quasi che queste siano giustificate a posteriori, ma appare ancora più evidente quanto alla base del metodo sopraindicato risieda una saggia meticolosità storiografica, e soprattutto una cuorisità vorace, sapientemente orientata nello sgorgare addosso al lettore quasi per contatto. Comunque il punto è che si cerca di dare ragione di quanto l'illustre storia d'Italia sia stata complesso ricettacolo di vizi(costanti nel proprio manifestarsi storico) e virtù(a volte sopite) immutabili. Gli Italiani, in tutta la loro essenza di coacervo umano anarchico, devoti nei confronti delle capacità eccezionali del singolo individuo piuttosto che all'imperativo morale veicolato dalle leggi, facilmente seducibili dal fascino indiscreto del formalismo e della fioritura linguistica, dannatamente incapaci di creare uno Stato sotto cui trovare riparo come comunità di individui e per questo(non certo per una mitologica quanto falsa mancanza di coraggio)poco efficaci nell'arte del fare la guerra, esterofili per campanilismo e conseguente necessità di non darla vinta al vicino di casa, dunque indulgenti nei confronti delle mode che attecchiscono oltreconfine e che ogni volta, inevitabilmente, si traducono in uno scopiazzamento manieristico del già fatto(come il Barocco,come il Romanticismo,come il Risorgimento in cui non c'è nulla di specificatamente italiano). In questo Prezzolini crea una sua metafisica partendo dall'immanenza dei prodotti della Storia, la storia dei popoli, che in una sorta di eterno ritorno degli eventi si arrovellano sempre intorno alle solite, ultrasecolari, nodose questioni. In tutto ciò si ammette un'azione umana libera dall'intervento di Dio, ma incapace di andare contro la natura, la propria. E la volontà di scagliarvisi contro? Crea disastri, e comunque rimane qualcosa che ha più a che fare con la devianza rispetto alla propria atavica, inalterabile collocazione all'interno del flusso della Storia.

Giuseppe Prezzolini
L' Italia finisce. Ecco quel che resta (Titolo originale: The legacy of Italy)
Rusconi Libri, Milano, 1994, 288 p.
Traduzione di Emma Detti