2010-06-11

Rubrica settimanale:_Parole rimosse_

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Funerali di Stato: Avanti c'è posto
da "I Siciliani", settembre 1983

C'è un personaggio a Palermo, al cui apparire, negli ultimi tempi, decine di migliaia di persone in attesa da ore, prorompono in un dilagante applauso. E, fra gli applausi, anche le grida di sdegno, le lacrime, le invettive, occhi furenti e pugni protesi. Nessun grande attore di teatro, in alcuna grande arena italiana, può vantarsi d'essere accolto con un applauso così appassionato e commosso. Questo personaggio, che crediamo si chiami Calogero, oppure Benedetto, è un signore di mezza età, gentile, triste, decorosamente vestito, di amabili modi e voce sommessa, il quale esercita quella professione che Amleto, nel suo famoso monologo col povero Yorik, definiva "interratore di sogni" e che gli organici comunali più aridamente qualificano: operaio di seconda categoria, addetto alle pompe funebri. Insomma becchino! Orbene il signor Calogero (o Benedetto) esercita questa onorata e indispensabile professione a Palermo, ed è il becchino (absit iniuria) al quale vien data mansione, alla fine delle esequie, di provvedere al trasporto del feretro fino al carro funebre. E' appunto il signor Calogero che, sull'ultimo gesto del prete con l'aspersorio, "Pacem aeternam dona eis Domine...", spegne rapidamente le candele, fa un lievissimo gesto ai suoi aiutanti affinché sollevino la bara e, così sempre muovendosi con occhi tristi (facies professionale) e piccoli passi gentili e gesti amabili, guida il feretro fino al carro, precedendolo di un passo al fine che questo ultimo cammino sia sicuramente rapido e tuttavia garbato. E' lui, il signor Calogero, che dunque appare sempre per primo sulla soglia della chiesa, una frazione di secondo prima dell'apparire della bara. Il signor Calogero ha fatto il suo lavoro con garbo e pietosa precisione, per il giudice Terranova, il vicequestore Boris Giuliano, il giudice Costa, il presidente Mattarella, il capitano Basile, il generale Dalla Chiesa, il capitano D'Aleo e il giudice Chinnici, sempre con perfetta educazione, gentilmente tenendo a bada ministri, vedove, orfani, presidenti della Repubblica, generalissimi, prefetti di ferro, sottosegretari e deputati: ed ogni volta apparendo sulla soglia della grande chiesa palermitana contemporaneamente al feretro. E' stato lui dunque a godersi quell'immenso applauso, ultimo saluto di dolore, amore, collera, paura, disperazione, di decine di migliaia di cittadini piangenti e urlanti. E' già miracolo che non si sia lasciato finora mai sconvolgere dall'emozione (un lampo di pazzia dinnanzi al trionfo, perché no?) e non sia scoppiato in una terribile risata in faccia a tutta quella gente, o addirittura (nella pazzia c'è sempre un lampo di verità), lassù dall'alto della scalinata come da una ribalta, non abbia platealmente ringraziato con un inchino per quell'applauso e, volgendosi umilmente, come sogliono fare le comparse per indicare i veri protagonisti dello spettacolo, se non addirittura l'autore, non abbia indicato alla moltitudine la piccola folla politica al seguito del feretro. Come a dire: amici, voi applaudite me per questo ennesimo capolavoro? Ma io sono solo il becchino, il buttafuori, il siparista! In mezzo a quella piccola folla di potenti della terra, i veri padroni della nazione, c'è probabilmente anche quello che ha scritto il copione. Colui che ha fatto uccidere, oppure sa chi ha ucciso e fatto uccidere, e dunque gli ha dato il suo alto consenso. E' trascorso un anno dall'assassinio del generale Dalla Chiesa. Doveva essere l'anno del riscatto e della giustizia per i siciliani. Tutto è accaduto in peggio, la mafia è trionfante. Pio La Torre, segretario regionale del partito comunista, era stato ucciso perché aveva imposto al governo la legge antimafia sulle indagini bancarie che avrebbero dovuto consentire di identificare i grandi capitali mafiosi e i loro artefici. Dalla Chiesa venne assassinato perché preannunciò di avere identificato le connessioni fra gli intoccabili mafiosi della finanza e della politica. E dopo di lui, in questa specie di anno santo mafioso, un crescendo. Il giudice Ciaccio Montalto massacrato perché era sul punto di spiccare i mandati di cattura contro alcuni invulnerabili padroni di banche (banche forse nemmeno siciliane, aguzzate il talento!) nelle quali vengono riciclati i miliardi della droga. Il capitano D'Aleo trucidato insieme ai carabinieri di scorta poiché prossimo alla identificazione degli invisibili manager mafiosi che, dai loro uffici di presidenza, dirigono l'esercito insanguinato della mafia alla conquista della società. Infine il giudice istruttore Rocco Chinnici, assassinato in quel modo barbaro, coinvolgendo nella strage decine di vittime innocenti, persino bambini: una ferocia senza precedenti nella pur ferocissima storia mafiosa, poiché anche il giudice Rocco Chinnici doveva assolutamente morire, e doveva morire perché anch'egli stava per strappare il velo agli inviolabili santuari, identificare (ecco il punto) non soltanto coloro i quali eseguono gli assassinii, e coloro che ne sono i mandanti, i grandi strateghi degli affari mafiosi, ma soprattutto coloro i quali, da imperscrutabili cattedre politiche, finanziarie, forse anche governative, assicurano invulnerabilità. Ecco: l'assassinio di Chinnici ha un significato che, per esemplare crudeltà, scavalca tutti gli altri delitti precedenti. Significa infatti: tu magistrato coraggioso e onesto, fai pure il tuo lavoro, arresta, imprigiona, condanna coloro che uccidono, avvelenano il mondo con la droga, guadagnano migliaia di miliardi e, se ne sei capace, anche coloro che li comandano, i mandanti, gli strateghi, ma non andare al di là di un passo, non cercare di capire e conoscere coloro i quali li proteggono ed assicurano loro inviolabile potenza. Non un passo di più! C'è un funerale di Stato pronto per te! Un anno dalla morte di Dalla Chiesa, e in questo anno che doveva essere quello della grande vendetta e giustizia, persino la regia del dopo assassinio è diventata perfetta. Uno spettacolo! Prima parte della recita i funerali, tutti i padroni del feudo Sicilia schierati attorno al feretro; il povero Pertini trascinato a Palermo, sempre più vecchio, sempre più stravolto, a piangere sulla spalla di vedove e orfani; la rovente omelia del cardinale Pappalardo che invoca il rugginoso gladio di Roma in soccorso della disperata Sagunto; la folla palermitana che piange e applaude quelle misere bare con le quali uomini coraggiosi scompaiono dalla vita; capi di governo, sindaci, ministri, sottosegretari, deputati, tutti in tetro ed elegante completo scuro, la faccia pallida di emozione e paura, tre squilli di attenti, la grande ovazione di addio, il summit in questura con i ministri degli Interni e Giustizia che riconfermano fiducia, precisano che comunque sarà dura e se ne vanno, l'opinione pubblica che trattiene il respiro, pensa, disperatamente pensa: forse stavolta qualcosa accadrà! Fine parte prima.

Parte seconda. Emerge notizia, non si sa da dove, mai ufficiale e tuttavia mai smentita, che anche stavolta la vittima stava raccogliendo le ultime prove per incriminare finalmente i grandi vecchi della mafia, gli stessi che Pio la Torre voleva disarmare con la sua legge, i medesimi che Dalla Chiesa sperava di smascherare, che il capitano D'Aleo e il giudice Ciaccio Montalto erano ad un passo dal riconoscere, che Chinnici stava per catturare. In questa notizia, che pur sembra un grido di speranza della giustizia c'è una maligna ironia! Come a dire: attenti, ecco quello che succede a colui (generale, magistrato o prefetto che sia) il quale osa oltrepassare quella soglia. Il messaggio è lanciato alla perfezione, chi ha da capire capisce. Fine parte seconda!

Parte terza, il colpo di genio! Notizia per la quale sono stati identificati i nomi degli assassini, stavolta i nomi si fanno, si possono fare, tutti protagonisti della mafia vincente e perdente, personaggi già braccati per una trentina di omicidi a testa, perseguiti dalla ipotesi di una decina di ergastoli ciascuno. Uno più, uno meno! Greco, Inzerillo, Bontade, Spatola, famiglie immense di figli, fratelli, cugini, nipoti, la metà sono morti, i sopravvissuti fanno feste di cresima a New York, alla gente queste storie piacciono, i grandi rotocalchi fanno servizi speciali. E perché, anche quelli di Dallas non sono canaglie, e tuttavia venti milioni di telespettatori non li guardano a bocca aperta? Intanto passano settimane e mesi, c'è la crisi della lira, le ferie selvagge, il nuovo campionato di calcio, Zico, Luvanor, Platini, il ragioniere Cova fa impazzire di orgoglio razziale gli italiani, il vecchio Mennea li rende quasi contemporaneamente infelici, cominciano le grandi battaglie sindacali d'autunno dove ogni povero cristo, l'avvocato Agnelli e il manovale di Solarino, ha da difendere il suo peculio, l'estate finisce, piogge, alluvioni, si riaprono i teatri, ci sono stati altri cinquanta omicidi a Palermo, a Napoli invece settanta, Biagi, Bocca e Baget Bozzo hanno scritto altri venti articoli sulla erudita differenza fra mafia e camorra... chi era Rocco Chinnici? Gli arabi supertestimoni e informatori dei servizi segreti si sono rivelati venditori ambulanti di tappeti e collanine, altri venti o trenta giudici coraggiosi hanno garbatamente pensato che vivere certamente è sempre meglio che fare insicuramente giustizia, oltretutto si fa più carriera, solo qualcuno disperatamente resiste nella sua coscienza di uomo. Il signor Calogero è là, con il suo malinconico e gentile sorriso: ma voi perché applaudite me? io sono solo il becchino!



2010-06-05

Rubrica settimanale:_Parole rimosse_

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Diario Pazzo
da "I Siciliani", novembre 1983

Dicono che sia già cominciata la corsa per il Quirinale e che uno dei cavalli in corsa sia Amintore Fanfani. Io non dimenticherò mai il primo piano di Amintore Fanfani, ancora capo del governo che sbarca a Palermo, l'indomani dell'assassinio del giudice Chinnici e, alla domanda del telecronista il quale gli chiede cosa abbia da dire agli italiani dinnanzi a un delitto che rappresenta uno sfregio sanguinoso per l'intera nazione, si raccoglie per qualche istante in assorta meditazione. Il telecronista trattiene il respiro, Fanfani lo guarda con un tragico sorriso di furbizia e leva il dito in faccia al malcapitato. Dice testualmente: «Attenzione, attenzione, attenzione!». Basta.
Il telecronista rimminchionito da una dichiarazione così profonda, balbetta incautamente: «A che cosa, signor presidente?», e Fanfani, con due occhietti nei quali si legge perfettamente «Ma che cazzo vuoi da me?», vibra ancora il dito incontro al naso dell'infelice: «A tutto, amico mio, a tutto!».
Se ne va, fa tre passi in mezzo a una piccola folla di generali, capipopolo, superprefetti, ministri e, volgendosi, leva ancora il dito per ribadire: «A tutto!».

Amintore Fanfani era segretario nazionale della democrazia cristiana venti anni or sono, quando il futuro ministro Gioia era segretario provinciale della Dc di Palermo e Pasquale Almerico era sindaco e segretario comunale della Dc di Camporeale e rifiutò la tessera del partito al capomafia Vanni Sacco e a trecento suoi sgherri per evitare che la democrazia cristiana e tutto il paese cadessero nelle mani della più feroce cosca della zona.
E il segretario provinciale Gioia, il quale voleva invece quei trecento nuovi iscritti, cacciò via il sindaco Pasquale Almerico dal partito, e poiché il sindaco Pasquale Almerico, cacciato dal partito, continuava accanitamente a lottare rifiutandosi di dimettersi dalla carica di sindaco, gli venne espressamente spiegato dai mafiosi nuovi iscritti alla Dc che se non si fosse dimesso entro giorni, avrebbero provveduto loro a dimetterlo dalla vita.
E allora Pasquale Almerico scrisse al futuro ministro Gioia, dicendo che ormai la democrazia cristiana di Camporeale era nelle mani della mafia, e che egli però non si sarebbe mai dimesso dalla carica di sindaco, e scrisse anche per conoscenza al segretario nazionale della dc, Amintore Fanfani, spiegandogli come egli stesse continuando a lottare oramai da solo per l'onestà del partito, e come qualcuno stesse per ucciderlo.
Probabilmente la sua lettera era solo il testamento morale di buon siciliano, o più umanamente solo una disperata implorazione di aiuto di un uomo che non voleva morire, ma nessuno fece niente per Pasquale Almerico, il quale infatti, una sera, mentre usciva dal palazzo del municipio, si trovò solo al centro della piazza, tutte le luci del paese si spensero e da due angoli bui Pasquale Almerico venne crivellato di piombo e ridotto a un cencio insanguinato.
Su tutta questa storia, minutamente, limpidamente scritta da Michele Pantaleone in uno dei suoi straordinari pamphlet, ci fu un processo per diffamazione dello scrittore siciliano, intentato dall'ormai ministro Gioia, e i giudici della corte di appello di Torino dinnanzi ai quali il processo era stato demandato per legittima suspicione, dichiararono che era stata raggiunta la prova che quanto dichiarato da Pantaleone corrispondeva a perfetta e documentata verità.
E dopo vent'anni Amintore Fanfani, capo del governo, viene in Sicilia a celebrare i funerali di Stato di un povero giudice galantuomo, abbandonato al suo destino persino da alcuni suoi colleghi e orribilmente assassinato insieme alla sua scorta e, alla nazione sconvolta e atterrita la quale vorrebbe da lui Fanfani, presidente del consiglio e massimo rappresentante del potere esecutivo, sapere se è ancora possibile, e con quali mezzi lottare contro la mafia, insomma se è vero che la mafia si è ancora impadronita di una parte dello Stato e persino dell'esercizio della giustizia,
lui Fanfani, che non ebbe il tempo per leggere e capire la lettera di quel coraggioso, umile sindaco democristiano di Camporeale, e se ebbe il tempo non però l'intelligenza per capire quella disperata denuncia,
e se ebbe tempo e intelligenza non ebbe però il coraggio politico per scegliere fra quel piccolo, sconosciuto, indifeso democristiano del sud e il suo potente proconsole di corrente in Sicilia,
e così per non aver avuto tempo, o intelligenza, o coraggio praticamente lo condannò a morte, …
lui Fanfani, si limita furbescamente ad ammiccare a tutta la nazione ed ammonire: «Attenzione!».

Pippo Fava

http://www.fondazionefava.it

2010-05-26

Il lampadario

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Il lampadario lo guardava, una elegante bottiglia di vino bianco siciliano ormai vuota lo guardava indispettita. Era giugno, la finestra era aperta, sentiva freddo per il vento bluastro che entrava. La luce incartapecorita della stanza lo disturbava e i pensieri si affollavano a quella scrivania ricolma di libri, sacchetti della spesa vuoti, biscotti, ombrelli, fotocopie, temperini, chiavi e forbici e pinzette. La scopa con la paletta per raccogliere la polvere attaccata lo scrutavano, anche loro, e lo derideva beffardamente persino il codice a barre. La televisione spenta lo rispecchiava e sul suo schermo nero era riflesso un volto spento, pieno di rughe e di una barba rossiccia: almeno la forfora era nascosta, e se ne rendeva conto mentre pensava anche alle scarpe da ginnastica sul davanzale, che puzzavano di marcio ormai da giorni. Non si era potuto cambiare i calzini per tre giorni (aveva dormito in giro per la città, da amici) e quello era il risultato francamente avvilente, anche perché non era dipeso da lui, come sempre. E aveva solo un altro paio di scarpe, le “scarpe belle” orgogliosamente le chiamava, che non si voleva mettere per non impuzzolire anche quelle, perchè il problema erano i suoi piedi, non erano le scarpe in sè. E l’università e le crisi economiche e il fatto che se fosse morto oggi l’avrebbero pianto per un paio di giorni, i più, e poi tutto nel dimenticatoio lo rendevano triste: ma non era questo, non un desiderio di memoria. Era Il fatto che fosse così per tutti, che siamo atomi e ci interessa per natura la nostra conservazione, che se muore qualcuno lo piangiamo perchè manca a noi, (perché, tanto, lui non c’è più, lui.) e non è dispiacere per lui. È dispiacere per noi. E poi il lampadario che lo guardava e gli diceva di andare dal ferramenta a comprarsi una corda perché questo è il mondo, e che tanto cosa ci voleva fare. Doveva saperlo che il mondo è così, che le regole del gioco sono queste, che l’arte, la metafisica, la cultura, la società, la politica sono morte. No. Mandò a cagare il lampadario. Il lampadario non poteva averla vinta quella sera. Lo sapeva che quell’agire dell’affare metallico era un modo per sedurlo (unico interesse della bestia di ferro e lampadine), per portarlo a copulare con sè. Voleva il suo collo, con il solo preservativo possibile, la corda. Ma anche per oggi sarebbe sfuggito a quell’ affascinante amplesso con la creatura pendente dal soffitto. L’avrebbe fatto scrivendo, scrivendo una poesia sul male che sentiva per non poter sfogare i propri ormoni liberamente. Come una lucertola che per il proprio DNA si sdraia al sole, così la sua voglia di sesso inibita dal rispetto etico per chi la pensa, sbagliando biologicamente e razionalmente, diversamente:

Lei mi amava ma io no.

Cercavo il suo corpo
Con le mani.
cercava il mio amore
Con il cuore.

Lei mi amava ma io no.

Aveva paura di dirmi cosa
Sentiva nel cuore.
Io avevo voglia di cercare
Nel suo reggiseno.

Lei mi amava ma io no.

Ero crocifisso dal
Suo amore
A non baciarla,
a parlare per ore.

Lei mi amava ma io no.

Volevo il suo calore
Il suo corpo,
lei mi dava torto,
voleva il mio amore.

Loro mi amavano ma io no.
Ero stufo del loro
Volersi sentire sempre
Amate, desiderate,
apprezzate, uniche,
le sole, le più belle.
Volevo solo arare i campi,
mietere il grano,
amarle una notte
e poi salutarci.
non le catene
di un lungo
rapporto.
non la croce
della stessa voce.
non lo stesso profumo.
non le stesse meringhe.
non le stesse
vaniglie.
Vivere libero,
correre di letto
in
letto.
Essere libero,
volare di tetto
in
tetto.

2010-05-21

Elogio del silenzio ovvero sull'eterna stupidità cosmica.

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Ascolta, fratello,
il silenzio delle stelle.
Abbandona
lo stridio dei cancelli.
Attraversa
le porte del cielo.
Annusa, amico mio,
l'eterna
stupidità cosmica.



Le nostre esistenze affannate e sudaticce, i nostri singhiozzi spezzati e le nostre risate convulse, le nostre urla esaltate e i nostri sussurri indistinti, tutto il nostro quotidiano chiasso si spegne, e non ci appartiene più nel silenzio. Mi è capitato che talvolta, oppresso da stenti e ansie procurati dal fatto d'esser nato, dalla ripetitività delle giornate incolore, io senta il bisogno di fuggire, di cercare, irrequieto, un significato altrove. È così che, come oggi, imbocco un viottolo buttato giù a pestoni sull’erba alta, vicino casa mia, e percorro decine di metri da solo, accompagnato solo dal cadenzato rumore dei miei passi sulla sterpaglia. Cammino. La marcia solitaria si interrompe soltanto quando sento di essere abbastanza isolato, pienamente circondato e sommerso dal verde. Non c’è una destinazione abituale a dirigere i miei piedi durante il tragitto. Semplicemente, mi fermo nel momento in cui mi sento interamente assorbito dal silenzio, e le mie noie e le mie speranze mortali non esistono più, spazzate via dall’eternità che vive in questi luoghi. Oggi il vento accarezza le foglie, i giunchi, le pietre e la terra umida, le mie spalle scoperte, come la mano d’un’amante, talora appassionata e impetuosa, talora, invece, dolce e languida. Ogni tanto una foglia stanca decide di staccarsi, traccia una serie di curve sinuose nell’aria, e giravolte, e si poggia sul prato molle. Ha piovuto da poco, ed ogni cosa è intrisa di quel malinconico profumo d’autunno che ho sempre amato. Il cielo si sta lentamente rischiarando, le nuvole si discostano trascinate dal vento, e lasciano campo ad un tiepido sole pomeridiano. I suoi raggi deboli accennano una tinta ambrata sulla superficie irregolare degli ulivi e sull’erba pallida. Seduto su una pietra, mi vien da pensare: noi, io e tu, amico lettore, vittime di un egocentrismo che rende ogni ostacolo uno scoglio insormontabile, forse troppo di frequente dimentichiamo l’ironia che ci avvolge: è così semplice per noi sperimentare la maestosa sublimità della natura, sempre fedele al proprio andamento, e sentirci fieri di esserne parte, eppure così difficile, se non di fronte a tanta divina indifferenza che è nel soffio del vento e nelle gocce di pioggia, ridere delle nostre preoccupazioni, destinate, come noi, a svanir presto. Vengo al cospetto del silenzio per sentirmi parte di qualcosa, non per conseguire un ideale che sottenda ancora alle parole, ai discorsi, alla vuota retorica di un’ideologia, ma per recuperare uno sguardo semplice, bambino, che si soffermi spensierato sulla magnificenza dell’indescrivibile. Certe volte il silenzio scaccia tutti i problemi, mentre le parole non fanno che costruirne di nuovi, castelli di sabbia che al soffio di un bimbo dispettoso e al moto brioso del mare che travolge cedono la propria forma e si lasciano disfare, pur senza perdere quella chimica essenziale che è la nostra perpetua tendenza al lamento.
Ora ascolta con me, fermati, amico lettore: silenzio.

2010-05-05

L'estetica dei Peanuts

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Umberto Eco definisce “poeta” il grande narratore a fumetti Charles M. Schulz, creatore dei Peanuts, e motiva il perché del suo giudizio così: “ Quando dico poeta lo dico per fare arrabbiare qualcuno. Gli umanisti di professione, che non leggono i fumetti, e coloro che accusano di snobismo gli intellettuali che fingerebbero di amare i fumetti. Ma sia bene inteso: se poesia vuole dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi si passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schulz è un poeta...”

Parlerò chiaramente, cercando di evitare gorghi di parole.

Le estetiche fondate prima del 900 sono portate per loro natura ad essere estetiche sistemico-definitorie: sistemiche perché ogni filosofo racchiude la realtà dentro un sistema, in una visione già costituita. Definitorie perché la presenza del sistema obbliga a definire, quindi a chiudere entro confini, in una definizione univoca. In una riflessione di questo tipo la domanda che ci si porrà è “Cos’è l’arte?” e si risponderà con una definizione “ L’arte è...”. Definendo hanno preteso di aver individuato l’oggetto e di aver dato una definizione assoluta, che vale per sempre e per tutti, di arte. Tuttavia queste pretesa definitoria e di univocità ha dato luogo a una molteplicità di risposte eterogenee tutte pretendenti all’assolutezza. Da una domanda nascono una molteplicità di risposte da parte di filosofi, critici e artisti.

Com’è possibile che le cose stiano così? Perché Kant, Hegel, Croce e tutti coloro che si sono interrogati mediante la domanda “Cos’è l’arte?” hanno dato una risposta differente? Come spiegare l’ingresso violento della categoria del brutto nella riflessione estetica? Come spiegare l’ingresso della moda e del design nei manuali di estetica? Come spiegare la compresenza di Ariosto e Pulci nei manuali di letteratura? Come spiegare quella di Giotto e Duchamp nei manuali di storia dell’arte?

Per dirla con Anceschi, filosofo e critico del secondo 900 “siamo come dentro una selva di selve; e il problema della molteplicità di definizioni si impone. Ciascuna di esse ha la pretesa di esaurire per sempre l’argomento nella condanna di ogni altra prospettiva, e, nello stesso tempo, presto cade nell’oblio, scompare e come si dissolve.” Le spiegazioni a questa molteplicità possono essere varie:

1) Le cose stanno così perchè tutte le risposte alla domanda “Cos’è l’arte” sono state formulate da persone che la verità non la possedevano e tutte le risposte sono errate. pertanto io, con una posizione differente, affermerò il mio pensiero, creando a mia volta quella che penso sia la vera definizione.

Tuttavia, il risultato di questo approccio è escludere dal mio orizzonte il risultato di una riflessione plurisecolare (posto che la verità non la possiedo neanche io.)

2) A questa molteplicità può far fronte un atteggiamento opposto che sostiene il principio che la poesia non possa essere definita, un certo “je ne sais quoi”.

In questo caso, però, si vede che è anche questo un modo diverso per darne una definizione e allo stesso tempo esclude dall’orizzonte la riflessione di chi ha preceduto.

Esiste poi un’altra possibile risposta: è a questo punto che la riflessione, nel 900, si sposta su una analisi di tipo fenomenologico (dal gr. phainomai, manifestarsi): scopo di questa riflessione non è imporre una propria visione. Si è adesso interessati a cogliere la realtà nel suo manifestarsi per comprenderla, non per definirla. La realtà fattuale della molteplicità di risposte non è vista come negativa, ma degna di essere compresa per trovare un senso, per capire la molteplicità eterogena di risposte pretendenti all’assolutezza. E per rendere conto di questo bisogna guardare non all’oggetto (che come abbiamo visto è impossibile definire in modo assoluto), ma al soggetto riflettente, o meglio, ai soggetti, che si presentano come plurali per la funzione, per la postazione riflessiva, per la propria individualità, per il contesto storico-culturale.

1) Le funzioni sono quelle del critico, del poeta, del filosofo: tratto comune a questi soggetti è il fatto che si pongano la stessa domanda con pretesa di assolutezza, pretesa dovuta alla istanza di scelta, ossia alla necessità, nell’esercizio della loro funzione, di dare una risposta ed una sola. Per il poeta è legata al fare: quando un poeta sceglie delle parole queste sono assolute; è l’opera artistica l’istanza di scelta (funzione pragmatica – bisogno conoscitivo per fare), che impone di interrogarsi sulla poesia e costituisce la risposta alla domanda “Cos’è l’arte” dell’artista stesso. Per il filosofo e per il critico l’istanza di scelta è invece il sistema, perché è dentro il sistema che esiste una sola definizione di arte che chiude il sistema e, pertanto, lo convalida ed armonizza. Ciò dipende dal fatto che Il filosofo ha lo scopo teoretico-speculativo di sapere per sapere, il critico quello valutativo di sapere per giudicare.

2) La postazione riflessiva rispetto all’oggetto artistico, interna per il poeta (implicato nel fare), esterna per il critico e per il filosofo (non implicati nel fare).

3) L’individualità intesa nell’autonomia critico-razionale e di sensibilità di ogni soggetto considerato come unico e diverso da tutti gli altri anche all’interno della medesima funzione e della stessa postazione riflessiva (ad esempio Kant e Croce, entrambi con postazione esterna e funzione teoretica speculativa giungono a definizioni diverse).

4) il contesto storico-culturale che determina la risposta combinato ai precedenti 3 fattori.

Un’estetica comprensiva si propone di essere inclusiva, di comprendere le ragioni della pluralità delle definizioni, consapevole che non è possibile giungere ad una Verità valida per sempre e per tutti, ma che ogni singola risposta ha una sua importanza. L’arte indefinibile una volta per tutte e perpetuamente definibile, senza pretesa di assolutezza e, quindi, di esclusione delle forme artistiche altre rispetto alla nostra definizione. E’ in questo solco che la provocazione di Eco nel riferirsi a Schulz come ad un poeta acquista un senso, che la sua critica agli umanisti di professione, spesso definitori assoluti escludenti, mira ad osservare la realtà per quello che é, nella sua dinamica e stupenda molteplicità. É in quest’ottica che L’Orlando Furioso e il Morgante hanno pari dignità, in quest’ottica è possibile capire le ragioni del perchè siedano Duchamp e Giotto nella categoria di Arte, entrambi, con pari dignità, e ci si crea una risposta al perché il brutto, la moda, il design siano nella riflessione estetica.

E se la risposta alla domanda “Che cos’è l’arte?” data da Eco è inclusiva dei Peanuts, permetteteci almeno di includerla nel novero delle centinaia di risposte che sono state date nel mondo a questo stupendo enigma irrisolvibile una volta per tutte.

2010-04-29

Sale e pepe

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"Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira."
Inferno, III, vv. 22-30




Scrutando di là dai vetri della finestra, sulla strada, mi adagiavo con lo sguardo sui giocattoli vivacemente colorati dei venditori ambulanti, lasciati a terra a riscuotere applausi e afflati dei bambini, piroettando e colmando l'aria di una congerie confusa di cantilene di una giocondità garrula e irrequieta.

Afferrai le chiavi e uscii. Appena messo il piede fuori dalla porta, fui sommerso dall'intenso odore della pioggia recente e dall'umido calpestio dei turisti che affollavano, per dritto e per converso, la via del centro storico, tutta volte, portici, colonne, ascensione spirituale e sensuale tensione. A contornare il flusso mutevole dei visitatori erano i vu cumprà, sempre gli stessi, i visi sbiaditi e spenti da una schiavitù secolare, e gl'incravattati e sempreverdi affabulatori delle boutique, perpetua evidenza epifanica della mediocrità della razza umana.

Ognuno una propria lingua: questo una sequela di colpi di laringe e vocali chiuse, un altro mille vocali diverse ed una passione per le nasali, un altro ancora lascia le frasi a metà, mentre i più fiduciosi gesticolano ad ampie volute con toni da panegirico. Il cancro del tempo moderno: una Babele rinnovata, una bestemmia strillata in infiniti idiomi differenti, ciascuno a maledire il proprio Dio perché “no, non era così che ce lo aspettavamo il mondo”.

Camminai di fretta a testa alta, scavandomi varchi in mezzo a una selva di mani sudate e nasi rivolti alle vetrine. Affondai in una stradina secondaria, prendendo finalmente respiro. Procedendo sempre a passo svelto mi guardavo attorno, ma nessuna novità: i soliti sorrisi dei politicanti stampati sul muro, vecchi delle vecchie elezioni, nuovi delle nuove Assunzioni al cielo delle Madonne e dei Santi da pregare per avere un “posto di lavoro”. “Non avrei mai pensato che si sarebbe finiti a pregare qualcuno per lavorare, come se fosse una cosa piacevole”, bestemmiavo anch'io, nella mia lingua, fra me e me.

Giunto in un piccolo parco, qualche siepe di bosso e due cipressi nel mezzo della città, mi sedetti su una delle due panchine, osservando le nuvole di cenere rincorrersi e spingersi trainate dal vento.

Rilassati gli arti ancora pulsanti, sprofondai il capo fra le mani, in atto di considerare l'Essere e i suoi predicati, la vita, la morte, Dio e i camposanti. Fui ridestato dal principiare della melodia lenta e malinconica di uno xilofono, accarezzato da un uomo anziano sul bordo opposto della strada. La riconoscevo: la “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven.

L'uomo mi fissava con due occhi lucidi ed aveva capelli e barba sale e pepe, mentre le sue mani bacchettavano a memoria sui tasti. Pensavo che anch'io, prima o poi, avrei voluto essere un anziano xilofonista dagli occhi lucidi e, perché no?, suonare per qualche minuto all'aria aperta. Suonare, nonostante tutto.

L'uomo mi fissava con due occhi lucidi ed aveva capelli e barba sale e pepe, mentre l'aria si faceva più fresca e le luci delle lanterne più bianche. “Chissà dov'è, adesso, la luna, sepolta da quell'esercito di nuvole?”, mi chiedevo. “Starà ascoltando anche lei?”

Passò un ragazzo in bicicletta, pedalò, poi una donna rosso-vestita, cambiò la melodia.

L'uomo mi fissava con due occhi lucidi ed aveva capelli e barba sale e pepe, mentre la gente passava e la melodia cambiava. Quanti uomini e donne mi pareva di aver visto! In fondo, però, l'impressione era sempre uguale: monadi, isole, innumerevoli solitudini, anche e proprio quando cantavano insieme. Infine non si vive se non se stessi.

Eppure quell'uomo anziano viveva anche me, guardandomi, ed ero convinto che vivesse anche la luna, lassù, dietro le nuvole, e le nuvole stesse, e il vento e l'aria e le luci.

L'uomo mi fissava con due occhi lucidi ed aveva capelli e barba sale e pepe, la pioggia riprese a palpitare.


2010-04-06

A volte ritornano (..."I Siciliani" di Pippo Fava)

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I cambiamenti, come sempre quando sono talmente radicali da somigliare a delle vere e proprie rotture, appaiono repentini e inaspettati solo se li si osserva nel loro aspetto esteriore. Nel caso specifico sarebbe più giusto esprimersi nei termini di "cambio di ritmo". Nei contenuti di quello che è stato pubblicato precedentemente, invece, i prodromi del cambiamento covavano sotto una crosta sottile composta in ordine da: buona volontà, l'entusiasmo volontaristico tipico degli inizi e la considerevole dose di confusione che tutto ciò di norma porta con sé. Due mesi di silenzio sono un arco di tempo abbastanza lungo per riuscire a comprendere se un'assenza possa preludere ad un ritorno più o meno fecondo o viceversa ad un decesso senza alcuna possibilità di resurrezione (il riferimento pasquale è decisamente voluto). Questi vuoti sono, come in questo caso, occasioni imperdibili di confronto, chiarezza reciproca e, lungi dal voler mettere sul piatto dei paletti cui attenersi, i quali cozzerebbero col significato più profondo del progetto iniziale, indicano spesso una via da percorrere. Se le parole non trasudano sangue, sudore, vita il loro effetto non può essere altro che quello di rimanere esiliate lì, in un empireo di idee astratte, lontano anni luce da ciò che in realtà conta sul serio. Se questa distanza artificiosa in cui ci siamo volentieri rintanati ha sempre assunto per noi il senso della provocazione nei confronti della stantia situazione che contraddistingue il mondo in cui siamo immersi, traboccante di repulsione verso tutto ciò che abbia un valore culturale, adesso è viva in noi l'esigenza di fare un salto in avanti qualitativo immediato. Accanto alla critica provocatoria, che mai mancherà, è necessaria dunque una critica severa, pesante, a tratti feroce, comunque maggiormente sostanziale. Niente di sconvolgente insomma, solo crediamo sia giunto il momento di sporcarsi un po' le mani anche e soprattutto con una materia nuova: la realtà, quella tragica. Abbiamo ritenuto perciò necessario inaugurare questo nuovo inizio, che in realtà porta con sé qualcosa di nuovo conservando gelosamente il vecchio, con un pezzo che riteniamo possa rappresentare un riscontro concreto realativamente a ciò che goffamente abbiamo cercato di compendiare in queste poche righe. Buona lettura.



La redazione





Ogni cosa al proprio posto. Eppure, l’aria pesante.

La tensione tangibile.

Le bombe non scoppiano, per ora, ma il ticchettio dei timer è perpetuo, coperto da rombi di moto nella notte, che frenano, d’un colpo, gettando a terra uomini, come cani.

E tutti respirano questa aria, pesante, ma nessuno sembra farci caso, in uno strano alone di perbenismo e rassegnazione o, peggio ancora, di connivenza.

Mi ero riproposta, di essere il più impersonale possibile in uno spazio come questo.

In questa occasione non solo non lo sarò, ma, se lo fossi, sarebbe una profonda, profondissima mancanza.

Bisogna avere il coraggio di riscattarsi come esseri umani, mi hanno insegnato.

Io vivo in Sicilia, sono italiana, sì, ma prima ancora sono siciliana ed ho un rapporto con la mia terra carnale, morboso.

“Io so”, perché è una cosa che sento epidermicamente, che la crudeltà si è inasprita in questa terra, negli ultimi mesi.

A Palermo, stormi di elicotteri sorvolano le case da giorni, mesi.

A Palermo, agli angoli delle strade sempre le stesse facce.

A Palermo, gente ammazzata di fronte a palazzi, sorvegliati giorno e notte.

A Palermo, i negozianti sulle soglie, in attesa di qualcosa.

A Palermo, le facoltà, i mafiosi.

Chi se ne va da qui, pensa che tutto sia ormai nel dimenticatoio, pensa che tutto possa essere risolto commemorando quei “martiri inutili” delle stragi di Capaci, di Via D’Amelio.

Chi vive a Trieste o a Milano pensa sia un problema solo nostro.

Ed anche se qualcuno, decisamente più importante di me, afferma il contrario, si fa fatica a crederlo: dentro ognuno, la Sicilia è solo un posto dannato, da lasciare indietro come un ferito in battaglia.

Io sento di avere il dovere, nel mio piccolo, di smentire questa convinzione.

La Sicilia è in grado, con delle forze centripete che le sono arcanamente connaturate, di far scivolare nel baratro tutto ciò che la circonda.

La Sicilia, zoppa, impone la propria andatura a tutto il plotone.

Anche se diventasse uno stato autonomo (ciò che in effetti è anche ora) avrebbe comunque quel brutale ascendente sulle sorti del resto d’Italia.

Ho visto, ho sentito cose non avrei mai potuto immaginare, bandendo le facili citazioni in merito.

Perché, a noi, certe vicende le raccontano sempre come fossero spezzoni di far west, con litri di sangue e gente sgozzata.

Non è questo quello a cui alludo.

Alla violenza, intendo quella fisica, puoi abituarti.

Sembra assurdo, ma è così: umanamente puoi comprenderla, perché riguarda sempre la possibilità di circoscrizione del fenomeno, per cui quel tizio ha picchiato quell’ altro. Sai che devi convivere con questa possibilità, ci fai l’abitudine, ti armi per difenderti.

Per il resto, invece, non esistono armi. Solo ragionevoli dubbi.

Esiste un’iniziativa, promossa da un’associazione lodevole, “AddioPizzo”, rispetto all’affissione del simbolo dell’associazione all’interno di tutti gli esercizi commerciali che non pagano questo dazio ingiustificato ai boss di quartiere.

Ho visto moltissimi “bollini”, ho visto poche saracinesche.

Esiste gente che esulta in maniera spropositata per l’elezione di un Preside di una facoltà o di un’altra, gente che, per il ruolo all’interno dell’organico didattico, dovrebbe essere il diretto avversario “politico e istituzionale” al ruolo del preside (in un mondo democratico veramente, solo sul piano della dialettica ovviamente).

Ho visto giovani, come me, forti e sani, rimettersi completamente nelle mani di questo sistema di favori, compromettersi, definitivamente, magari per ignoranza, a vent’anni.

Ho visto, ed è la cosa che mi fa più male, gente spendersi esteticamente per cause buone e giuste e strizzare l’occhio alla via più semplice del favoritismo, magari esserne addirittura il promotore occulto.

Questo sì, mi fa paura. La battaglia ormai è persa o, quanto meno, non esiste più.

Non esistono più avversari reali al sistema. O, forse, non sono mai esistiti. E con questo non mi si accusi di vilipendio alle figure di Falcone, Borsellino, Fava, Impastato, Dalla Chiesa e tutti gli altri, che cellule sane hanno tentato di farsi più forti del cancro.

Hanno fatto più di quello che questa terra si merita.

Ora, le nuove generazioni ormai hanno in dotazione genetica l’ambiguità, non è nemmeno contemplabile una mobilitazione collettiva, una presa di coscienza. Le cellule sane rimarranno sempre isolate, poche, “inutili” se non per lenire sensi di colpa e servire per appiglio di facciata.

“Italiani, se volete salvarvi, uccideteci tutti.

Non perdonateci, come sempre, perché siamo belli: forse, la nostra bellezza non è più abbastanza.”

Per chi, servo innamorato di questa padrona infame, ne riconosce gli insormontabili limiti, brutture, l’impossibilità di riceverne aiuto, non può che rimanere questo ultimo ed indispensabile atto di coscienza, di ribellione, se non collettiva, quantomeno singola.



Valentina Sgrò



Foto di Letizia Battaglia, fotografa palermitana contro la mafia, ritratto di una vedova.